Il Tirreno

Grosseto

Il padre di Bernabini, i genitori e la moglie di Aiala non si danno pace

Due famiglie straziate dal dolore Storie diversissime, stesse lacrime

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 GROSSETO. Lo strazio di due famiglie ieri davanti all'obitorio. La mamma di Marco Alaia chiama il figlio come se potesse uscire vivo da quella porta; il padre cammina avanti e indietro a capo chino. La moglie Federica è raggomilata in un angolo. A poca distanza il padre di Alessandro Bernabini, la sorella Barbara, il cognato e un'infinità di parenti, amici, compagni di gioco, colleghi, conoscenti. Tutti con le lacrime agli occhi.  Non si vogliono allontare a nessun costo dall'obitorio anche se sanno che non potranno vedere i corpi dei loro cari. Il padre di Alessandro non si dà pace: «Non è possibile - dice a tutti - morire a 29 anni. Ora che stavamo per vivere l'uno vicino all'altro». Poi prevale la schiena dritta da ex operaio grande grosso qual è: «So che devo vivere per mia figlia Barbara e per la mia nipotina, lo so. Ma è difficile». Quindi indica la gente e i tanti giovani che affollano il piazzale: «Scrivetelo che Alessandro era un ragazzo per bene. Un ragazzo serio. Tutti gli volevano bene». Dai suoi occhi non scende una lacrima. Anche lui le ha consumate tutte. Lo invitano ad andare a casa per riposarsi un po', ma lui scuote la testa.  Poco più là, il padre di Marco Alaia, dignitoso nel suo dolore, racconta una storia del Sud. «Marco - dice - aveva 21 anni quando è venuto in Toscana. Ha preso il mio posto a Firenze. Facevo l'operaio, ma mi ammalai, così la ditta accettò che lui mi sostituisse. Era giovane e forte. È sempre stato un gran lavoratore. Per favore, lo scriva». Tace un momento, prende fiato e continua sempre a bassa voce: «Gli dicemmo: vai e fatti la tua vita in Toscana, lontano da questo posto difficile». Ma perché venne a Grosseto? «Conobbe Federica, che poi sposò».  «Non voglio più vivere». Parla e piange la moglie Federica Cesareo, già madre di una bambina quando conobbe Marco. Le amiche la incitano: «Devi vivere per te e per tua figlia». Le dicono. Ma lei non sente. «Volevo donare i suoi organi - dice -. Lui lo avrebbe voluto. Cosa se ne fa un morto degli occhi? Ma si aspetta l'autopsia e non la faranno prima di lunedì». La donna, che gestisce con il padre un bar in viale Europa ricomincia a piangere. Dice che il bar è in vendita. «Ma, ora che Marco non c'è più, che mi importa....».  La madre del giovane napoletano, svegliata nella notte dalla telefonata fatale, è accasciata su una sedia. Non lo chiama più, vuole solo portarlo a casa, in un cimitero di Napoli: «Grosseto, per noi, è troppo lontana».  Anche il padre di Alessandro vuole portare a casa il figlio e spera che i funerali possano svolgersi ad Arcille lunedì o, al massimo, martedì: «Alessandro è morto proprio ora che era, finalmente felice con la sua fidanzata Francesca dopo aver sofferto tanto per la lunga malattia e la morte della madre. Pensi che si era fatto tatuare il suo volto sul braccio». B. Z.

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