CULTURA
Giovanni ChelliGrosseto riscopre uno dei suo padri
Elisabetta Giorgi
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LA BIBLIOTECA Chelliana, nella sua storica (ex) sede di via MazziniUomo colto, liberale e dotato di profonda umanità, amico del popolo ma anche dei grandi dell'epoca (da Napoleone III a Bettino Ricasoli a Vieusseux). Amato dai cittadini del suo tempo (che inferociti inseguirono un suo avversario per strada, fino a farlo scappare in un pozzo), ma a volte scomodo alla Chiesa
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GROSSETO. Uomo colto, liberale e dotato di profonda umanità, amico del popolo ma anche dei grandi dell'epoca (da Napoleone III a Bettino Ricasoli a Vieusseux). Amato dai cittadini del suo tempo (che inferociti inseguirono un suo avversario per strada, fino a farlo scappare in un pozzo), ma a volte scomodo alla Chiesa. Fondatore di un museo archeologico, ma anche dell'unica pinacoteca che Grosseto abbia mai avuto. Tutto questo è stato Giovanni Chelli, canonico senese dell'800 radicato a Grosseto fino alla morte: sicuramente il cittadino più illustre che la città abbia mai avuto insieme conn Luciano Bianciardi, anche se sono in pochi - oggi - a ricordarsi di lui. Ora il suo ricordo può rinascere.
Può rinascere grazie a un formidabile talento da "grafomane", e al ricchissimo epistolario intrattenuto con centinaia di interlocutori del suo tempo per più di un ventennio: 1200 lettere prima contenute in nove faldoni negli scaffali della biblioteca Chelliana, e ora per la prima volta pubblicate in un libro (editore Pacini) che viene presentato domani mattina alle 11 in Comune a Grosseto, dai curatori (Luca Seravalle e Anna Bosco, funzionari comunali), dal sindaco Emilio Bonifazi, dagli assessori Lucia Matergi e Simone Ferretti, dal vescovo Franco Agostinelli e dal presidente della Fondazione Chelli, Gabriele Baccetti. Per la Chellina, è l'ultimo tassello che mancava, dopo la pubblicazione del catalogo dei manoscritti, degli incunaboli e delle 540 cinquecentine della biblioteca.
"Il carteggio del canonico Giovanni Chelli, 1844-1865" (presto in vendita in tutte le librerie italiane) è un grande evento che restituisce uno spaccato di storia, ma soprattutto riconsegna la sua dignità a un personaggio straordinario, che ebbe un ruolo chiave per la città. Il canonico aveva in mano Grosseto, conosceva tutto e tutti, vita, morte e miracoli dei cittadini. Era la coscienza civica di un'intera comunità. «Eppure, se oggi chiedi a uno studente chi fosse il Chelli - dice Luca Seravalle - penso che nessuno ti risponderà».
Perché quest'oblio? Nato nel 1809 e morto nel 1869, Chelli visse in un periodo di grandi cambiamenti, e per la Chiesa fu un combattente e un anticonformista scomodo.
Le sue lettere si collocano in un periodo di grande fermento storico: quello dell'unione della Toscana al regno di Sardegna, e dell'Unità d'Italia.
All'epoca Chelli aveva maturato uno spirito da patriota e combattivo sostenitore dell'unità; era un liberale dalle idee cattolico-progressiste, che gli provocarono spaccature e lacerazioni profonde, inimicizie violente ed esili, in primis l'ostilità dell'alta gerarchia del clero.
Ai maremmani invece, cui fu legato da legami sinceri, chiese senza tregua di donare libri per la biblioteca in fase di costituzione. Il suo sogno più grande era acculturare la gente comune.
Ma Chelli ha avuto contatti anche con personalità elevate come Bettino Ricasoli, Giovanni Salvagnoli, Napoleone III e Giovan Pietro Viesseux, quest'ultimo uno dei più importanti animatori culturali dell'epoca, scrittore ed editore di origine svizzera nonché fondatore dell'omonimo "gabinetto". Un raffinato legame intellettuale, tra i due, anche se vi era una differenza sostanziale. Con Vieusseux tu pagavi, ti associavi e lui ti dava libri. Il suo interlocutore era il borghese medio-alto, mentre il Chelli si rivolgeva ai poveri, il suo intento era quello di alfabetizzare tutti.
In questo, si può dire, Giovanni Chelli è stato un antesignano di Luciano Bianciardi, il quale quando negli anni Cinquanta del secolo scorso diventò direttore della Chelliana ne ereditò in tutto e per tutto lo spirito: diffondere la cultura soprattutto tra la gente povera, per esempio col Bibliobus, l'autobus pieno zeppo di libri con cui lo scrittore girava per le campagne.
Altro amico di penna, si può dire, del Chelli fu il Ricasoli, detto il "Barone di ferro", secondo presidente del consiglio del Regno d'Italia dopo Cavour, al quale un giorno il canonico chiese un aiutino per far finire la famigerata estatatura. A quel tempo, per cinque mesi all'anno, gli uffici pubblici di Grosseto si trasferivano a Scansano per via della malaria. Chelli se ne dispiaceva, non sopportava che la vita in città diventasse un deserto, il tessuto sociale si annichilisse e la gente fosse lasciata a se stessa. Ricasoli tentò invano di aiutarlo e di far approvare la legge, ma il Parlamento la bocciò. Chelli ne soffrì. Quando il provvedimento entrò in vigore nel 1898, il canonico era morto da 29 anni.
Un sogno realizzato fu invece quello di costruire un rapporto schietto col popolo. Un gustoso aneddoto racconta che a causa delle sue idee politiche liberali gli fu negata la nomina a vicario capitolare (il vice vescovo di allora). Il suo posto fu "scippato" dal canonico Barabesi, conformista e ben inquadrato nel clero. Quando la gente lo seppe, inferocita inseguì per strada Barabesi, che per salvarsi si tuffò nel pozzo dell'ospedale, quello che ancor oggi è davanti all'ingresso del Polo universitario in piazza San Franceco.
Nelle sue lettere al fratello Giuseppe, Chelli commenta questa scena grottesca con tono sottilmente beffardo. Era un sollievo per lui, così scomodo alla Chiesa, aver fatto breccia nel cuore dei destinatari ultimi della sua personale missione: le persone comuni.
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