Il Tirreno

La Galleria storica. Un racconto lungo oltre 400 anni

La Galleria storica. Un racconto lungo oltre 400 anni

“Il naturalista si affeziona con entusiasmo agli oggetti che raccoglie,
di ognuno di essi ha tracciato la storia, da ognuno ha imparato qualcosa."

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Solo l’autentica passione e il costante impegno dei numerosi naturalisti che hanno diretto il Museo e lavorato per esso potevano portare, in oltre 400 anni, a una tale ricchezza e a un tale prestigio.

La Galleria storica, allestita negli anni Novanta e riprogettata nel 2017, offre una sintesi di tale ricchezza e ricrea con arredi, reperti, oggetti, documenti, dipinti e illustrazioni, l’atmosfera antica del Museo in un percorso a ritroso nel tempo tra suggestioni e stupori.

Stupore nello scoprire veri gli scheletri di balenottera minore, elefante indiano e giraffa e falso lo scheletro di gorilla abilmente modellato con la cartapesta da Louis Thomas Jérôme Auzoux, anatomista e artista francese dell’Ottocento.

Stupore nell’avvicinarsi, fino a toccare la punta del naso alla vetrina, senza riuscire a capire con sicurezza se le chiocciole siano vere o meno: in realtà la conchiglia è vera, mentre il corpo molle è riprodotto in cera con un filo di ferro all’interno.

Stupore di fronte alla mirabile collezione ottocentesca di Leopold Blaschka: 51 fedeli riproduzioni in vetro soffiato colorato di polipi, meduse e coralli realizzate a scopo didattico. Originario di Dresda, Leopold Blaschka è stato un artigiano del vetro, famoso per i suoi modelli zoologici e botanici di notevole valenza artistica e scientifica.

Dalla leggerezza del vetro soffiato alla concretezza degli animali naturalizzati da Paolo Savi. Zoologo, geologo e tassidermista di fama internazionale, protagonista incontrastato dell’Ottocento del Museo, a Savi è dedicata la parte centrale della Galleria. L’originalità dei preparati di Savi sta nel rappresentare gli animali in scene di vita dinamiche. “Scena di caccia al cinghiale con i cani”, datata 1825, è una delle sue più antiche creazioni e fu realizzata con un cinghiale ucciso nella tenuta di San Rossore dal Granduca Leopoldo II di Lorena.

Nello spazio in cui è ricostruito lo studio di Savi, è possibile sedersi alla sua scrivania tra appunti, disegni, taccuini di viaggio e strumenti per la preparazione dei reperti; godersi l’atmosfera in cui svolgeva le sue ricerche e concedersi una foto ricordo.

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Destano meraviglia gli uccelli non volatori, i colorati uccelli tropicali, le minuziose riproduzioni di uccellini nei loro nidi, le cruente scene di predazione, fino ad arrivare a quello che potrebbe sembrare uno strano pinguino. Si tratta, invece, di un’alca impenne, uccello estinto nel 1852; ne esistono 80 esemplari nei musei del mondo di cui solo 5 in Italia. Una sorte simile è toccata anche ad altri animali tra cui lo storno di Réunion, la colomba migratrice nordamericana e il leone berbero, la sottospecie nordsahariana di leone che gli antichi romani catturavano per i loro giochi circensi. Tutti animali viventi all’epoca di Savi e oggi estinti a causa della caccia e della distruzione dei loro habitat da parte dell’uomo.

Proseguendo a ritroso nel tempo si arriva al Settecento, il secolo della nascita della scienza moderna, quando la Galleria pisana fu riorganizzata in Museo. Cruciale per il suo rilancio fu l’acquisizione, da parte del Granduca Francesco I di Lorena, della preziosa collezione di conchiglie del medico fiorentino Niccolò Gualtieri, oggetto di studio da parte del padre della moderna classificazione scientifica, lo svedese Carl Nilsson Linnaeus, noto in Italia come Carlo Linneo. Originariamente composta da 1200 reperti, la collezione si è drasticamente ridotta a 700; per motivi di sicurezza gli originali sono conservati nei magazzini e in esposizione sono stati collocati esemplari attuali appartenenti alle stesse specie.

La Galleria termina con un’elegante e suggestiva Camera delle Meraviglie seicentesca, che rappresenta le origini del Museo. Reperti naturali e artificiali, scelti per bellezza, rarità e stravaganza, sono esposti in un llestimento apparentemente caotico, non solo all’interno delle vetrine, ma anche alle pareti e sul soffitto in modo da suscitare immediatamente fascino e meraviglia. Per ricreare l’atmosfera dell’epoca, anche i cartellini sono stati scritti a mano riportando le diciture dell’inventario del 1626, dove ad esempio, una costola di balena era denominata “costola di gigante” e un dente di narvalo “corno di unicorno”.

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La teca centrale custodisce il cuore di questo Museo, i reperti originali già presenti nella Galleria pisana all’inizio del Seicento: una collana fatta con i denti di scimmia, una manina di corallo nel gesto osceno della castagna, due conchiglie di nautilo decorate in oro, due crani dell’uccello esotico bucero (considerato all’epoca una fenice), un corno incrostato di capriolo, due coralli su piedistalli e il famoso cranio con corallo.

Il cranio è citato in un manoscritto del 1599 dove si dice che fu pescato nel mare di Sardegna; è inserito negli inventari del 1626 e del 1673 ed è raffigurato nel dipinto “Lo scarabattolo” di Domenico Remps e in un manoscritto del Settecento dove però appare senza rametto di corallo. Quest’ultima è la sua corretta rappresentazione, in quanto il corallo non è cresciuto naturalmente sul cranio, ma vi è stato applicato! Ciò, comunque, non diminuisce il valore di questo storico pezzo unico, divenuto simbolo di un’epoca.

 

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