Fiorentina, Pradè tira le somme: «È stato un mercato intelligente». Ma c’è un rimpianto
Il ds dispiaciuto solo per non essere riuscito a chiudere con Vitor Roque
FIRENZE. Nomi, tanti nomi, e situazioni, tante situazioni, com’era naturale che fosse dovendo Daniele Pradè condensare tre mesi di mercato e una rivoluzione che ha prodotto un’altra Fiorentina a tutti gli effetti dopo undici acquisti e dodici cessioni: tutto partendo chiaramente dal nuovo allenatore nel passaggio da Vincenzo Italiano a Raffaele Palladino sulla panchina viola.
Il direttore sportivo viola li ha fatti i nomi e le ha tratteggiate le situazioni nella chiacchierata di ieri mattina, punto definitivo sì delle trattative a due settimane dallo stop ufficiale, ma anche manifesto d’idee e d’azione del club viola. A proposito di trattative: Gudmundsson quella più complicata e lunga ben sette mesi, Vitor Roque quella che non si è materializzata a dispetto delle intenzioni, Valentini quella che pareggerà gli acquisti con le cessioni l’1 gennaio 2025, tutte indistintamente condivise tra le varie anime del club seguendo le direttive di Commisso. E Nico Gonzalez era destinato a partire: con una premessa. «La finale persa di Conference League – ha raccontato Pradé – è stata la delusione più grande di questi anni e ci ha lasciato cicatrici profonde che hanno influito sul modo in cui avremmo dovuto ricostruire. Poi, la Coppa America ha inciso molto nel modo di pensare di Gonzalez e la finale ha cambiato la testa di Nico». Via l’argentino dentro Kean, anche se la tempistica non è stata questa. «Tutte le scelte sono state sostenute e concordate con il presidente, Ferrari, Goretti e Palladino: Kean lo volevamo già a gennaio e lo voleva fortemente l’allenatore, per questo è stato il primo acquisto. A un vice-Kean ci abbiamo pensato, ma là davanti siamo tanti e c’è Beltran che abbiamo voluto fortemente un anno fa e pensiamo possa darci ancora parecchio: l’abbiamo tenuto nonostante si fossero presentate soluzioni vantaggiose per lui, ma non per noi. Filo diretto con la Juventus? Non c’è alcun filo diretto con il club bianconero, sono solo le dinamiche di mercato. E al mercato non do un voto, perché il voto lo dà solo il campo: posso dire che lo ritengo un mercato intelligente, in cui Commisso non ha mai messo un limite di spesa. Ciò che conta è aver soddisfatto le linee-guide date dal presidente ed essere a posto con la coscienza». Nomi, si diceva. Una sventagliata: da Gudmundsson a Vitor Roque passando per uno che è rimasto (Kayode) a uno che se n’è andato (Amrabat). «L’operazione che ha prodotto l’acquisto di Gudmundsson è iniziata a gennaio e si è conclusa ad agosto, però il mercato funziona così: una settimana non ci sono le condizioni, la settimana dopo sì. E nei termini del contratto ci siamo tutelati al 100 per cento: se la sentenza del processo che riguarda Albert arriva entro il 15 giugno dell’anno prossimo, sapremo cosa fare anche con il Genoa avendo preso il calciatore in prestito. Detto questo, il ragazzo è super sereno.
Tra tutti gli obiettivi, Vitor Roque era quello a cui tenevamo di più, ma non c’erano i presupposti: prima costava quaranta milioni e poi il 25 agosto è andato al Betis Siviglia in prestito, però a quel punto non ci serviva più. Quanto a Kayode, Mike ha avuto più offerte e abbiamo anche pensato di cederlo per un attimo, ma Commisso non l’avrebbe mai permesso e non abbiamo nemmeno pensato di chiederglielo, mentre Amrabat intanto lo ringraziamo, perché è venuto con noi in Ungheria per la gara di ritorno contro l’Akademia Puskas e l’ha giocata tutta con il rischio di farsi male sapendo già di essere del Fenerbahce. Sapevamo che preferiva andare via, la trattativa è stata conveniente per noi e per lui, quindi l’abbiamo chiusa». Situazioni, si diceva. Presenti e future: per trasformarsi da aspettative in traguardi. «La nostra ambizione è stare lassù in classifica. La nostra felicità è che un campione come De Gea scelga noi. La nostra volontà è di copiare la ricostruzione del 2012, o comunque avvicinarla nei modi e nei contenuti, dopo aver cambiato l’allenatore. Il nostro obiettivo non lo so, magari ripetersi, magari conquistare un’altra finale e stavolta vincerla. Ogni campo per noi può essere terreno di conquista».
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