La situazione
Apollo e Dafne corrosi dal “cancro del bronzo”, i prati cotti dal sole e la vasca a secco: il degrado di piazza della Libertà a Firenze
La statua di Marcello Tommasi marcisce, coperta da smog e incrostazioni. Fino al 2016 era in buono stato, poi l’opera dello scultore versiliese allievo di Annigoni è stata abbandonata. La fontana ferma dopo anni di lavori e polemiche, ma ora col tram sarebbe un biglietto da visita per la città
FIRENZE La vasca è asciutta. Sul fondo resta una crosta chiara, qualche tombino, il rettangolo di una lastra. Il masso al centro, quello che dovrebbe sembrare un pezzo di selva strappato al mito, è secco e spelacchiato. Ci crescono erbe bruciate dal sole. Sopra, Apollo e Dafne hanno perso il colore del bronzo: sono coperti da una patina biancastra e granulosa, attraversata qua e là dal verde dell’ossidazione e da macchie più scure di fango rappreso. Visti da vicino sembrano usciti da una nube di cenere.
È così oggi la fontana monumentale di piazza della Libertà, davanti a Porta San Gallo e sotto l’Arco dei Lorena. Basta confrontare la scena con le fotografie del 2008 e del 2016. Allora i getti d’acqua tagliavano la vasca, il gruppo di Marcello Tommasi emergeva dalla roccia bagnata, muschi e vegetazione ricostruivano almeno in parte l’Arcadia della metamorfosi. Ora i tubi metallici restano piegati e muti intorno al basamento.
A soffrire di più, almeno agli occhi, è proprio la scultura. Tommasi aveva modellato Dafne nell’istante in cui il corpo umano comincia a diventare alloro. Era un maestro in questo, scolpiva il movimento, come se lo avesse fatto nel momento esatto in cui la scena si compiva: le gambe si fanno tronco, i piedi radice, le dita foglie, la pelle corteccia mentre Apollo la afferra. Oggi quei passaggi svaniscono sotto la patina sporca dell’incuria. Sono sali di corrosione, polveri e macchie di calcare, zinco e stagno. Lo chiamano anche il "cancro del bronzo". Di certo stanno spegnendo l’arte di Tommasi. I depositi schiariscono le superfici, appiattiscono i volumi, confondono le venature. Sul corpo della ninfa compaiono colature verdastre e zone brunite. Il volto, tirato verso l’alto, resta uno dei punti più forti del gruppo. È il volto che Tommasi tornava a cercare nella moglie Mariagrazia, musa perenne della sua poetica più che modella da atelier.
Il gruppo fu collocato qui nel 1986-87. La fontana è molto più antica: appartiene alla sistemazione ottocentesca della piazza disegnata negli anni di Firenze Capitale. Era una fontana quadrolobata, con concrezioni di calcare. Era il fulcro del nuovo parterre urbano. I lavori partirono nel 1868, quando Giacomo Roster lavorò al parterre interno e ai giochi d’acqua. Tommasi, nato a Pietrasanta nel 1928, formatosi anche nell’orbita di Pietro Annigoni, portò quasi un secolo dopo un corpo contemporaneo dentro quella scenografia urbana. Per anni l’acqua è stata parte dell’opera. Spruzzi, calcare, vegetazione, riflessi. Anche usura, inevitabilmente.
La manutenzione, però, ha una storia meno lineare. Nel progetto di riqualificazione della piazza avviato tra il 2016 e il 2018, per circa 350 mila euro, erano previsti lavori sulla fontana e il Comune annunciò a conclusione del cantiere la risistemazione dell’impianto idraulico della vasca. Nel 2021 piazza della Libertà entrò poi nel programma comunale per la manutenzione straordinaria di 28 fontane storiche, con interventi su alimentazione idrica, sensori, quadri elettrici e sistemi di controllo. Il programma risultava concluso nell’agosto 2022. Pochi giorni dopo, però, la fontana era già documentata spenta e con acqua stagnante. Nel 2025 le cronache la raccontavano ancora vuota, piena di foglie e cartacce. Un’interrogazione in Palazzo Vecchio chiedeva che cosa si intendesse fare.
Negli atti pubblici rintracciati finora non emerge invece un restauro conservativo specifico del bronzo di Apollo e Dafne: nessuna pulitura specialistica documentata, nessun trattamento delle corrosioni o revisione della patina riferiti espressamente al gruppo di Tommasi. Questo non significa che non siano mai state svolte manutenzioni ordinarie. Significa che, a differenza degli interventi sull’impianto della fontana, non se ne trova una traccia pubblica altrettanto precisa.
Intanto la piazza è cambiata ancora. La tramvia ha riportato qui ogni giorno studenti, pendolari, turisti, residenti. Passano a pochi metri da una delle sculture monumentali contemporanee più riconoscibili di Firenze. Il prato intorno è cotto dal caldo, la vasca è un catino secco. In piena estate si può discutere sull’opportunità di tenere accesi i giochi d’acqua e sui consumi. Il bronzo, però, resta lì ventiquattr’ore su ventiquattro, esposto a sole, pioggia e smog. Nelle fotografie di oggi Dafne tende ancora la mano verso il cielo. Le dita sono già foglie, almeno nell’idea di Tommasi. Sotto, dove un tempo l’acqua correva tra il muschio e la roccia, ci sono steli secchi e tubi fermi. Un deserto urbano più che un rifugio climatico, come il lessico del raimbow washing chiama oggi le aree verdi nelle città. Firenze non lo merita, e nemmeno la memoria di Tommasi.
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