Firenze, l’università studia i divieti sugli affitti brevi per capire se funzionano e fanno tornare i residenti
Il Comune firma un accordo col dipartimento di Statistica. I database saranno analizzati dall’ateneo per verificare se nelle zone in cui sono in vigore i limiti i fiorentini tornano ad abitare e se il mercato delle locazioni cambia
FIRENZE Catasto, anagrafe, tributi, Suap, registri delle locazioni e numeri civici georeferenziati. Palazzo Vecchio adesso vuole fare la Tac agli affitti brevi. Dopo due anni di limiti, confini, strette, autorizzazioni, keybox vietate sui portoni e battaglie al Tar, arriva la domanda rimasta sullo sfondo: queste regole stanno funzionando? E la casa che non finisce in affitto breve torna sul mercato per una famiglia, uno studente, un lavoratore? È questo il senso politico dell’accordo approvato l’11 agosto dalla giunta Funaro con il Dipartimento di Statistica dell’Università di Firenze.
Durerà 18 mesi e dovrà studiare dove crescono o arretrano le locazioni turistiche, che effetto hanno su prezzi e canoni, sulla disponibilità degli alloggi, sulla permanenza dei residenti. Nel documento c’è scritto «policy evaluation». Tradotto: gli statistici dovranno misurare l’efficacia dei provvedimenti comunali. Non solo descrivere il fenomeno. Mettere alla prova Palazzo Vecchio. La politica fiorentina sugli affitti brevi finora si è mossa per successivi giri di vite. Nel luglio 2024 il Comune ha bloccato nel nucleo Unesco l’apertura di nuove locazioni turistiche che non risultassero già registrate. Nel febbraio 2025 è arrivato il divieto delle keybox, le scatolette per le chiavi diventate il simbolo della turistificazione. Poi il regolamento entrato in vigore il 31 maggio 2025: autorizzazione comunale di cinque anni per ogni appartamento, superficie minima di 28 metri quadrati, requisiti di sicurezza e un regime transitorio per le attività già esistenti nel 2024. La vera evoluzione arriva dopo. Per decidere se spingersi oltre il centro, il Comune si affida a Filippo Celata, demografo e geografo economico della Sapienza di Roma.
Lo studio misura la pressione delle locazioni turistiche fuori dall’area Unesco e diventa la base della seconda stretta: dal 21 giugno di quest’anno non si possono aprire nuove attività nemmeno nelle zone A3 e A4, che comprendono, fra le altre, Campo di Marte, Gavinana, Statuto, Rifredi, Libertà e altre zone fuori dall’Unesco. Prima il termometro, poi la cura. Ora cambia di nuovo il metodo. Lo studio della Sapienza serviva soprattutto a capire dove estendere i limiti; quello affidato all’Università di Firenze dovrà seguire cosa succede dopo. Ed è il punto più delicato. Da mesi proprietari e property manager contestano l’equazione su cui poggia una parte della strategia comunale: meno affitti turistici uguale più case per la residenza. Il 4 giugno, mentre il Consiglio approvava l’allargamento dei divieti, la protesta arrivò sotto Palazzo Vecchio.
Gli operatori sostengono che molti immobili non passerebbero comunque all’affitto lungo e indicano come problemi la scarsa offerta, le case vuote, la morosità e i tempi per rientrare in possesso degli appartamenti. A maggio il Tar ha respinto i ricorsi contro regolamento, variante urbanistica e stop alle keybox, riconoscendo la possibilità per il Comune di intervenire anche per tutelare l’offerta di abitazioni a lungo termine. Ed è un paradosso: dopo aver vinto sul terreno giuridico, Palazzo Vecchio apre quello statistico. Vuole sapere se ha vinto anche nel mercato reale. L’accordo prevede di incrociare le banche dati comunali con catasto e numerazione civica; l’Università analizzerà serie temporali, distribuzione spaziale, prezzi, canoni, dinamiche demografiche, gentrificazione e permanenza dei residenti.
Saranno costruiti anche indicatori a scala subcomunale. Il Comune metterà a disposizione anagrafe, tributi, Suap e registri; i ricercatori proveranno a trasformare quella massa di dati in una risposta. Negli atti la parola chiave è la funzione residenziale. È il punto su cui si gioca la strategia della sindaca Sara Funaro: non solo ridurre gli affitti brevi, ma capire se limitandone l’espansione si recuperano abitazioni per chi a Firenze ci vorrebbe vivere. E quanto. Finora il Comune ha potuto misurare il numero delle attività, la loro concentrazione e la pressione turistica. Il nuovo lavoro dovrà seguire il passaggio successivo: se cambiano l’offerta degli affitti lunghi, i canoni, la popolazione residente, la struttura sociale dei quartieri. Insomma, se al divieto corrisponde davvero un ritorno della casa alla casa. Il progetto non è un incarico pagato all’Università: l’accordo non prevede corrispettivi. Dipartimento e Comune valorizzano ciascuno 29 mila euro di proprie risorse e personale.
Alla fine sono previsti rapporti tecnico-scientifici, indicatori per le decisioni dell’amministrazione e almeno una pubblicazione scientifica. Diciotto mesi. Abbastanza perché la politica degli affitti brevi, nata fra serrature, portoni e ricorsi, si trovi davanti qualcosa di più maneggevole di una delibera: i risultati.
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