Lutto nel giornalismo, è morto Simone Fortuna: lavorò per La Nazione e Repubblica – L’amore per la musica e il legame con Firenze
Aveva 68 anni, si è spento a 68 anni all’ospedale di Santa Maria Nuova dopo una ingenerosa malattia
FIRENZE. Simone Fortuna aveva un modo tutto suo di guardarti quando gli portavi un pezzo. Un mezzo sorriso, appena storto, più sardonico che indulgente. Tu pensavi di aver nascosto bene il punto debole e lui era già lì, esattamente lì, con il dito pronto a posarsi sulla frase che non funzionava. Ma vedeva anche il resto. Prima di te, spesso: dove avresti sbagliato e dove, invece, avresti potuto diventare bravo. È una delle immagini che tornano in mente pensando a Simone mentre Firenze saluta un giornalista che per quasi quarant’anni ha raccontato cultura, musica, teatro, arte, persone, e che è morto a 68 anni all’ospedale di Santa Maria Nuova dopo una ingenerosa malattia.
La carriera giornalistica
La notizia ce l’hanno data i colleghi di Repubblica, e poi quelli dell’Associazione stampa toscana e l’Ordine dei giornalisti, ricordando una carriera cominciata alla Nazione nel 1981. Simone ci rimase fino al 1988, diventando vice caposervizio e una delle colonne degli spettacoli. Rock e pop erano il suo terreno naturale, ma non nel senso riduttivo della specializzazione: erano una porta sul mondo. Andava negli Stati Uniti, in Giappone, seguiva Michael Jackson e David Bowie, raccontò Madonna nel tour italiano del 1987 e intanto teneva l’orecchio appoggiato sulla città, sulla new wave che cresceva nei club, sui Litfiba che stavano diventando i Litfiba. Nel 1988 passò alla neonata redazione fiorentina di Repubblica, voluta da Eugenio Scalfari, e prese in mano le pagine di cultura e spettacoli. Ci è rimasto fino al 2016, quando ha deciso che era arrivato il momento di staccare. La cultura per lui non era un reparto nobile da tenere al riparo dalla cronaca: cercava il contemporaneo, ciò che stava accadendo adesso e sarebbe venuto domani, in un teatro, in un disco, in una mostra, in una strada. Anche quando il tema arrivava da lontano, il suo sguardo cercava sempre dove toccava il presente e il futuro.
La passione musica e non solo
Basta riprendere oggi un suo vecchio pezzo per capire che cosa avesse di speciale. Nel 2012, ricordando l’unico concerto italiano degli Smiths al Tendastrisce di Roma nel maggio del 1985, non parte da Morrissey ma dalle cassette Tdk da novanta minuti, da Controradio, da Videomusic, dal retrobottega di Contempo Records, dall’edicola di via Porta Rossa dove si trovavano Nme e Melody Maker. Firenze prima del mito. Il dettaglio prima della celebrazione. Poi la musica, il viaggio in macchina, il caldo, i fiori sul palco, la folla. La sua scrittura scorreva così, senza esibire il motore che ribolliva dentro. Morbida, profonda, apparentemente facile. Eppure, in mezzo a quella corrente, sapeva fermare un’immagine e lasciartela addosso. Era acqua sulla pelle, ma si cristallizzava nella memoria. Aveva un fiuto impressionante per le storie e una cultura che non usava mai per mettere distanza o protendere una mano per dirti “stai nel tuo, tu, piccoletto”. No. Poteva scrivere degli Smiths e di Alessandro Pavolini, di uno scrittore o di anti-fascismo (ecco, lì, avevamo tante cose in comune) senza cambiare mestiere: cercava sempre il punto in cui una vicenda smette di essere argomento e diventa racconto. Il nocciolo. Era questo che pretendeva anche dagli altri.
Il ricordo
Chi scrive gli deve moltissimo. Molti anni fa entrai per la prima volta in una redazione importante e Simone, senza annunci, senza investiture, senza assumere la posa di chi sta formando un giovane collega, mi prese sotto la sua ala. Non ricordo lezioni. Ricordo correzioni, battute, domande, qualche occhiata capace di far saltare una pagina intera e soprattutto una cosa che oggi appare più rara: la pazienza divertita. Simone sapeva portarti in alto facendoti divertire. Anche quando era severo. Era un capo intuitivo. Coltissimo. Ironico fino alla crudeltà, quando serviva, ma mai vanitoso della propria intelligenza. Il giornalismo, per lui, era un mestiere e un servizio al Paese, non una religione e tantomeno un palcoscenico. Forse per questo non lo prendeva mai troppo sul serio. Aveva capito che chi comincia a credersi più importante delle storie che racconta finisce quasi sempre per bruciarsi.
Simone no. Lui sembrava camminare un metro sopra la linea del fuoco. La vedeva, avvertiva il calore, sapeva quando avvicinarsi e quando spostarsi di mezzo passo. E soprattutto sapeva danzarci. È difficile pensare che quel sorriso storto sugli occhiali scuri, da oggi, non sia più da qualche parte ad aspettare il nostro prossimo errore. Io fra i tanti cristalli che ha lasciato con i suoi insegnamenti, ho preso il più bello. Un nome. Ho dato a mio figlio quello che lui molti anni prima aveva dato al suo: Bruno. Per tanti motivi, due in particolare: entrambi erano uomini simbolo di Resistenza che si ribella all’ingiustizia. Ciao Simone, grazie di tutto.
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