Il Tirreno

Firenze

Il futuro della città

Mercafir, il piano di Cgil e architetti per farci un parco

di Mario Neri

	Una veduta dall’alto dell’area Mercafir, l’isola di calore più grande di Firenze con il mercato ortofrutticolo
Una veduta dall’alto dell’area Mercafir, l’isola di calore più grande di Firenze con il mercato ortofrutticolo

Con Legambiente presentano un progetto. Comune spiazzato

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FIRENZE. A Firenze, quando si parla di Mercafir, la politica alza sempre il sopracciglio. Troppa storia, troppe ipotesi abortite, troppi rendering mai diventati cantieri. E così quando ieri mattina arriva la proposta di Cgil, Legambiente, Università e Fondazione Bioarchitettura, a Palazzo Vecchio qualcuno sgrana gli occhi. Non per ostilità. Piuttosto per sorpresa. Una piccola fuga in avanti, raccontano nei corridoi del Comune. Perché quella idea – in fondo – circola da tempo negli uffici dell’urbanistica.

Il documento è ambizioso e quasi pedagogico: Mercafir come «laboratorio avanzato di rigenerazione urbana», una piattaforma che tenga insieme logistica alimentare, transizione ecologica e qualità del lavoro. Cinque punti, ben allineati: un piano urbanistico complessivo per Novoli, un nuovo centro alimentare più efficiente, la trasformazione dell’area da isola di calore a distretto verde, un food hub territoriale e un sistema di regole per garantire legalità e buona occupazione in una filiera che oggi muove circa 250 milioni di euro l’anno e vede passare ogni giorno 1.500 persone tra grossisti, lavoratori e autotrasportatori.

Chi mastica le dinamiche della politica fiorentina riconosce subito un’eco familiare. Perché la traccia di questa storia era già stata scritta. Un anno fa, in una intervista al Tirreno, l’assessora all’urbanistica Caterina Biti parlava della Mercafir quasi come di un pallino personale. L’idea era semplice e radicale: togliere cemento e restituire spazio alla città. «Al netto del mercato ortofrutticolo, realtà importante e strategica che lì deve avere la sua collocazione, credo che questa amministrazione debba mettere testa e mani sulla Mercafir», diceva Biti ricordando che lì c’è «la più grande isola di calore di Firenze». Da lì l’immaginazione urbanistica: più verde, meno asfalto, una zona aperta ai cittadini. «Novoli ha bisogno di attenzione particolare e in quell’area si potrebbe pensare a una zona aperta ai cittadini, più vivibile e accogliente», diceva ancora Biti. Il progetto di Cgil, Legambiente e architetti sembra muoversi proprio lungo quella linea. Come se la città civile avesse deciso di prendere sul serio una suggestione lanciata dal palazzo. Non è un mistero che tra i promotori e l’amministrazione il dialogo sia in corso da mesi. Lo conferma anche l’assessore Giovanni Bettarini, che parla di confronto costante e riconosce nella proposta temi già presenti nel lavoro della giunta: la questione ambientale, il ruolo del food hub, la riqualificazione di un’area strategica per la città. Tutti elementi che, ricorda Bettarini, sono stati già inseriti nel piano operativo e che dovranno passare attraverso un percorso partecipativo prima di diventare scelte definitive. Eppure il tempismo dell’iniziativa non passa inosservato. La giunta guidata da Sara Funaro è immersa in una stagione agitata sull’urbanistica, nelle ultime settimane un nervo scoperto. Quasi ogni giorno si apre un fronte: il Cubo nero, i residenti tappati dalla torre del lusso a San Gallo, le discussioni sul futuro dell’ex Lupi di Toscana, la partita delle Officine Grandi Riparazioni, su cui da poco sono spuntati i pareri negativi di Arpat per lo smog che produrrebbe la nuova strada. Dossier che si accavallano e trasformano l’urbanistica nel vero terreno politico del mandato.

Dentro questo clima, la Mercafir torna a essere ciò che è sempre stata: un grande spazio semi vuoto su cui si proiettano idee di città. Prima lo stadio, poi i centri direzionali, ora il laboratorio verde della rigenerazione urbana. Nel frattempo il mercato continua a funzionare come ha sempre fatto, con i suoi capannoni anni Ottanta e la logistica pesante che entra e esce da viale Guidoni all’alba.

La novità è che stavolta la proposta non arriva da un investitore o da un concorso di architettura, ma da un pezzo consistente della società organizzata: sindacato, ambientalisti, università. Una coalizione urbana che parla la lingua della transizione ecologica e della filiera alimentare corta. E che, con una certa eleganza politica, si mette sulla scia di Palazzo Vecchio, lo tira per la giacchetta perché non si lasci distogliere. Non contro, ma davanti di qualche passo. Quanto basta per ricordare alla politica che la città, a volte, si può progettare anche senza aiuti esterni.


 

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