Eike sì, Eike boh: FdI temporeggia. E Matteo Salvini (quasi) rompe gli indugi
Le truppe di Meloni si riuniscono a Firenze, c’è pure la sorella della premier. Tutti vogliono Schmidt, ma l’ex direttore è un “fantasma”. Il vicepremier accelera: “Ho un nome”
Eike sì, Eike no, Eike boh. Con Giovanni Donzelli è sempre un po’ la solita zolfa: il plenipotenziario, l’uomo macchina del partito «non conferma e non smentisce». Niente, proprio lui che la candidatura di Eike Schmidt a Palazzo Vecchio se l’è inventata, ora schiva, sguscia, dribbla. «Non sono i giornali a dirci chi e quando dobbiamo candidare». Con Gennaro Sangiuliano parlate pure di Prezzolini, Marinetti, futuristi, radici indoeuropee dei conservatori, storia della destra, ma non di candidature. «Siamo amici, ma non le risponderò», sorride fendendo il foyer del Maggio velocissimo. Francesco Torselli, appena buttato nella mischia delle Europee, è sorpreso, basito: «Perdiana, ci avrei scommesso la casa che oggi avrebbero lanciato Eike, che insomma sarebbe arrivata l’investitura. Noi qui al congresso cittadino con Giovanni, Arianna e il ministro, e Salvini che plana al Viola Park per attaccare Nardella. Mi son detto: vedrai son d’accordo, fanno una bella foto tutti insieme qui sotto con Eike e si parte. Via. Invece mi tocca fare l’investito sostituto». Perché ormai per la destra pare diventato un sortilegio. Man mano che passano le settimane, Eike Schmidt diventa una sorta di fantasma, un’ombra di Banquo sempre presente ma sempre più evanescente.
«Ma no, ti pare che al congresso cittadino dovessimo annunciare il candidato per la città», prova a sdrammatizzare il consigliere comunale Alessandro Draghi. Eccerto che ci pare, sennò che son venuti a fare tutti questi militanti? Mica i Fratelli d’Italia fiorentini pensavano fosse solo per eleggere Jacopo Cellai segretario? Che poi si tratti di un congresso già scritto lo ha appena detto Donzelli: «Spero per Jacopo che venga eletto. Anche perché è l’unico candidato, vorrei vedere» (risate in sala). E allora, in platea, tutte quelle chiome candide (a proposito, ma dove sono i gggiovani fasciofriendly di Casaggì? Sia mai questa un’operazione raimbow whashing?), da cui ogni tanto parte uno scroscio di applausi, si aspettavano di vedere comparire qui il direttore nato a Friburgo e naturalizzato italiano. «Credo sia arrivato il momento di decidere», scalpita Cellai, pronto, lui sì, a fare il sostituto. Ma nessuno sa davvero niente. Tommaso Foti, capogruppo alla Camera, antiche radici missine, evoca possibilità sibilline: «Vedrete, avremo un candidato internazionale per una città internazionale». A un certo punto Arianna Meloni – sì, lei, la subcomandante Arianna – gela la sala: «Saluto il candidato Cellai».
Oihbò, «candidato a icché?», si sente mormorare in platea. «No no, intendeva alla segreteria cittadina, o che vu andate a pensare?», smorza una militante. Neppure lei, Arianna, che s’è appena presa una pausa dai selfie, si scuce. I militanti non le danno pace. Nemmeno uno che voglia la foto col Donze, col Torse o con Genny, cioè il ministro della cultura Gennaro Sangiuliano (ché qui chiamano tutti con il diminutivo vezzeggiativo un po’ inglesizzante, altro che mascella volitiva e ferrea disciplina italinistica da vecchi camerata). Vogliono tutti lei, la sorella a cui Giorgia ha affidato il partito. E allora chiediamo a lei di Schmidt: «Guardi, il vento è cambiato anche a Firenze, questa può essere la volta buona, molte persone di sinistra ora votano noi, ma di Schmidt non so nulla». Ma con Giorgia ne ha mai parlato? «Macché, quasi non riesco a parlare di cose di famiglia.». Certo, vabbè. Tattica. Ma non è che si potrà traccheggiare ancora per molto. La base scalpita. «Ovvia ma chi candidate?», chiedono i militanti al Donze ogni volta che lo vedono sfrecciare nel foyer. Che anche la giornata pare tutta concepita con sapienza semiotica: prima il congresso al teatro del Maggio, che Sangiuliano rivendica di aver salvato, poi capatina collettiva agli Uffizi. Poi grandi tirate e j’accuse contro il Pd e Nardella. Tutto di fronte all’invitato incomodo, Dario Nardella medesimo, che con integerrima veste istituzionale si siede in prima fila a prendersi strali, stoccate e schiaffoni.
Genny a parte, il più impietoso è proprio il Donze. Il plenipotenziario meloniano accusa Nardella, il Pd e la sinistra su ogni fronte. S’è portato perfino vecchi ritagli di giornale su Sant’Orsola, Cascine, Aeroporto. Non solo di epoca nardelliana; rispolvera pure i vecchi annunci di Domenici e Renzi. «Vedete quante promesse. Sant’Orsola è ancora lì che marcisce, le Cascine non parliamone, non c’è più un’industria. Lo stadio? Questa città è drammaticamente ferma. Nardella si lamenta degli agenti? Ma se ne abbiamo mandati oltre 200 in città! Il problema è che l’ha riempita di immigrati. I residenti fuggono? Non è colpa di chi affitta la casa come B&B, ma di chi li ha fatti fuggire trasformando Firenze in una Disneyland per turisti». E giù applausi. Poi il dito nella piaga. «Ci hanno criticato sui rave party e sui contanti. Ma ridateci i vecchi comunisti! – grida – Ma voi ve li immaginate Berlinguer e Nilde Iotti ad accettare di ospitare i fattoni di tutta Europa o Ingrao a dire ai nonni delle fasce più deboli che non possono dare i contanti ai loro nipoti». Manca poco ci scappa la standing ovation. Comunque, Eike ritorna sempre. In tutti i discorsi. E da settimane è un continuum di rumors, gossip. Il foyer è tutto un mormorio. «Psss, lo sai che la moglie lo starebbe spingendo a rifiutare», confida una anziana militante a un’amica. «Ah sì? Ma allora dovrebbe parlarci Giorgia...». Il deputato Paolo Marcheschi lo usa già come archetipo anti-Pd. «Dario parla parla, Schmidt, da solo, ha trovato 5 milioni per restaurare Boboli».
Ma, ovvio, il più naif è Matteo Salvini. Che ai Fratelli alleati ha rovinato un po’ la festa con l’improvvisata al Viola Park. E nel foyer vorrebbero un po’ tutti averlo cinque minuti fra le mani. «Macché, ci siamo coordinati», sorride Donzelli ai giornalisti e il sospetto che li stia perculando è piuttosto diffuso. Ma l’altro Matteo, dopo aver esposto la stessa tesi di Renzi, dice che per il candidato sindaco «io un’idea ce l’ho. Penso ci sia qualcuno che possa unire il centrodestra, rappresentare al meglio la città e accompagnare Firenze nella modernità, con rispetto della sua tradizione, per i prossimi 10 anni, non 5. La certezza è che il centrodestra sarà una squadra unita con un unico candidato; le divisioni, le polemiche e i litigi le lasciamo al campo avverso. Per la prima volta nella storia Firenze è contendibile». Ma il candidato, gli chiede un cronista, potrebbe essere di Friburgo? «Sono inclusivo – dice lui – a me interessano i fiorentini di nascita e di adozione». E insomma – al netto del fatto che ora potrebbe aprirsi una discussione interna alla Lega sull’inclusività di Salvini – al vicepremier in pratica pur di vincere va benissimo Schmidt. Ma anche no. Lui ha un nome. E prima o poi vorrebbe poter uscire allo scoperto. Basta smetta di essere un fantasma. E vinca.
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