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Rischio suicidi sotto i 12 anni, è boom: ci pensa la metà dei bimbi ricoverati. I dati e le diagnosi del Meyer

di Valentina Tisi
Rischio suicidi sotto i 12 anni, è boom: ci pensa la metà dei bimbi ricoverati. I dati e le diagnosi del Meyer

Dall’ospedale fiorentino: dal 2016 ad oggi salgono dal 27% al 53% dei pazienti totali in cura. I fattori che influiscono di più

01 dicembre 2023
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FIRENZE. Un campanello d’allarme che consente di riconoscere i fattori di rischio di suicidio tra i giovani grazie all’intelligenza artificiale. Questo il risultato di uno studio pubblicato sulla rivista Science Progress che, partendo dall’analisi dei casi registrati dall’ospedale Meyer, ha permesso di identificare due nuovi fattori predittivi del rischio suicidario nei bambini e ragazzini under 12 e ha evidenziato che l’uso dell’intelligenza artificiale può essere di supporto ai medici per valutare tale pericolo. Ma soprattutto che bambini e ragazzini che dimostrano volontà suicidiarie o addirittura tentano il suicidio sono in preoccupante aumento: se nel 2016 il 27% dei pre-adolescenti e dei bambini ricoverati al pediatrico aveva manifestato pensieri o tentato il suicidio, nel 2020 la percentuale è salita al 53%. Quattro su dieci di quelli finiti in ospedale con una diagnosi per disturbi legati a comportamenti io pensieri suicidi hanno subito atti di bullismo, e più o meno nella stessa misura hanno alle spalle anche genitori divorziati. Su 237 pazienti a rischio suicidio, 126 hanno almeno “ideato” il loro suicidio, 76 lo hanno tentato senza gravi conseguenze, 35 vengono annoverati fra i suicidi falliti.

Ma ora, appunto, l’AI può fornire uno strumento di diagnosi in più ai medici. Una scoperta importante, specie se si considera che il suicidio rappresenta la seconda causa di morte tra i giovani tra i 10 e i 19 anni. Lo studio apre la strada a possibili nuovi impieghi dell’intelligenza artificiale a supporto della neuropsichiatria. Il progetto vede la collaborazione tra il team di psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza del Meyer, guidato dalla dottoressa Tiziana Pisano all’interno del Centro di eccellenza di neuroscienze diretto dal professor Renzo Guerrini, e i colleghi del laboratorio T3Ddy, del quale sono responsabili la professoressa Monica Carfagni per l’Università di Firenze e l’ingegner Kathleen McGreevy per Meyer, oltre a Giovanni Castellini, prof associato di psichiatria dell’Unifi. Lo studio ha preso in esame i dati relativi a 237 pazienti ricoverati al Meyer per comportamenti e pensieri suicidari dal 2016 al 2020 su un totale di 700 ricoveri, con l’obiettivo di identificare, a ritroso, quali fossero state le prime “spie”. I pazienti sono stati divisi in due gruppi: quelli che avevano mostrato una volontà suicidaria ad alto potenziale di rischio, e quelli che invece avevano manifestato una ideazione suicidaria meno strutturata.

Due i fattori di rischio emersi: una precedente diagnosi di disturbo oppositivo provocatorio e una precedente diagnosi di disturbo esplosivo intermittente. La ricerca ha anche evidenziato come il “comportamento di volontà suicida”, per cui il paziente non mostra una reale ideazione suicidaria, ma una richiesta d’aiuto, è un fattore di rischio importante e sottostimato. A dimostrare l’ampiezza e la crescita di questi disturbi sono i numeri. I 237 ricoveri per comportamenti e pensieri suicidari (Sbt) rappresentano il 33,86% del totale dei ricoveri a Psichiatria del Meyer tra il 2016 e il 2020. La percentuale in crescita per Sbt, è passata dal 26,92% del 2016 (35 casi su 130 ricoveri) al 40,2% del 2919 (76 su 189) fino al 52,83% della prima metà del 2020 (28 su 53). Il 43% di questi comportamenti si è verificato nei pazienti tra i 16 e i 18 anni, poi in quelli tra i 14 e i 16 (37, 13%), tra i 12 e i 14 (16,88%) e nel 2,95% in quelli di età inferiore a 12 anni. Nel 75,65% dei casi di età superiore ai 12 anni si tratta di femmine, mentre si ha una prevalenza maschile (57,14%) nei soggetti di età inferiore. I motivi di riferimento più comuni sono stati ideazione suicidaria (53,16%), tentato suicidio (32,07%) e suicidio fallito (14,77%). Il 48,5% (105 su 237) mostrava una storia familiare di disturbi neuropsichiatrici e il 5,5% di essi di comportamenti suicidari. Il 64,98% dei pazienti inoltre ha rivelato una storia permanente di autolesionismo non suicidario.

La diagnosi più frequente è quella dei disturbi dell’umore (55,27%), con una prevalenza significativa nelle donne (70,99%), seguita dai disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (11,81%) e dai disturbi legati a traumi e stress (9,70%) .

Considerando tutti i pazienti, 162 presentavano comorbilità: disturbo d’ansia (16,88%), multimorbilità (14,77%) e disturbo dello sviluppo neurologico (6,33%). La maggior parte dei pazienti (83,54%) al momento del ricovero, erano già in cura psichiatrica o psicologica. La maggiore incidenza di Sbt si osserva in primavera e inverno (56,96% dei casi), probabilmente a causa del ruolo potenzialmente stressante della scuola. Inoltre, le difficoltà scolastiche sono la seconda causa principale di attivazione di Sbt. Altri fattori che emergono sono legati alla presenza di episodi di bullismo e il divorzio o la morte dei genitori.
 

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