Italia
Stupro al festino dei ragazzini, la parola della psicologa: «Cresce il disagio tra i più giovani»
L’intervista all’esperta del comportamento dei più giovani: «Non colpevolizziamo i genitori, hanno bisogno di aiuto». Aumenta il “Sensation seeking”, la ricerca costante della novità che dà autonomia
Si chiama “Sensation seeking” ed è «un fenomeno tipico dell’età adolescenziale. Consiste nella «ricerca della novità, di qualsiasi gesto o azione possa mostrare autonomia dalla figura di riferimento, in primis i genitori. In alcuni casi può spingere i ragazzini a cimentarsi in comportamenti estremi, come nel caso del festino tra minori di Firenze, a base di alcol, sesso e droga».
E poi ci sono i social, «che non vanno demonizzati, ma analizzati. E dobbiamo prendere atto che ormai rappresentano il più diretto e diffuso strumento di apprendimento dei ragazzini. Imparano tutto da lì, spesso e volentieri anche le cose peggiori».
Il caso delle dodicenni stuprate da un gruppo di 14enni – i fatti risalgono a Capodanno, ma la notizia è di questi giorni, dopo la denuncia del genitore di uno dei partecipanti e 24 indagati dalla procura – è «un campanello d’allarme».
Lo dice Maria Pontillo, psicoterapeuta dell’unità di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma.
L’allarme di cui parla relativamente al caso delle dodicenni stuprate cosa ci racconta in particolare?
«In generale fotografa l’aumento esponenziale del disagio tra i ragazzini. Ma attenzione, perché non riguarda soltanto gli adolescenti».
Sta dicendo che c’è un problema anche negli adulti?
«Assolutamente. Fanno sempre più fatica a svolgere il ruolo dei genitori. Generalmente sono presenti in senso affettivo nei confronti dei figli, ma non riescono a stabilire un sistema di regole. A educare alla gestione del rischio».
Vicende come quella di Firenze, dunque, nascono da una crisi di rapporti all’interno della famiglia?
«Sì, ma non dobbiamo cadere nella retorica e al ritornello che è tutta colpa dei genitori. È necessario, invece, prendere atto delle difficoltà degli adulti e quindi sostenerli nel loro compito educativo all’indirizzo dei figli. Un lavoro di supporto che deve poggiare su basi solide e su un sistema sviluppato in rete».
Un punto di partenza potrebbe essere la presenza fissa di uno psicologo nelle scuole?
«A patto che non sia una figura rilegata in una stanza che aspetta gli studenti che vanno a bussare. O una sorta di punizione per chi ha comportamenti sbagliati. Con il giusto approccio un professionista nelle scuole potrebbe aiutare molto gli adolescenti nella loro crescita».
Cosa intende per “giusto approccio”?
«Lo psicologo nelle scuole dovrebbe osservare i ragazzi, stare a contatto con loro durante le lezioni, monitorare i loro comportamenti durante la ricreazione. Deve essere una presenza attiva».
Si può fermare la deriva di valori che ormai troppo spesso emerge dal mondo giovanile?
«Credo proprio di sì. Ma dobbiamo capire che non ci si può limitare a “curare”. La vera sfida sta nella prevenzione. Il supporto psicologico gioca un ruolo decisivo, sia per i ragazzi che per le famiglie. Ma spesso ci sono genitori che non possono permettersi un percorso dallo psicologo. Quando dico che serve un sistema di rete intendo proprio questo: tutti devono avere la possibilità di farsi aiutare, al di là della condizione economica o sociale».
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