Il Tirreno

Firenze

L’intervista

Lavoro, la sociologa Tonarelli: «I giovani non sono edonisti, interiorizzata la precarietà»

di Valentina Tisi
Lavoro, la sociologa Tonarelli: «I giovani non sono edonisti, interiorizzata la precarietà»

La docente di sociologia del lavoro all’Università di Firenze: «Si fa quello che capita per sopravvivere e si tratta spesso di lavori poco gratificanti. Per questo si cercano alternative che permettano di avere del tempo libero da dedicare ad altro»

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FIRENZE. Il diritto al tempo libero, all’ozio, non più visto con un’accezione negativa ma anzi, per dirla alla Mélenchon, con la consapevolezza che il tempo della vita non è solamente il tempo vincolato al lavoro. Se per decenni il refrain del lavoro a tutti costi, inteso come unica vera forma di realizzazione personale e di autodeterminazione ha accomunato le generazioni, adesso tra i ragazzi si sta diffondendo un diverso approccio.

Quello di una diritto ad avere una vita al di fuori della dimensione lavorativa che abbia pari dignità. Una consapevolezza che sempre più sta prendendo campo tra i giovani, in maniera non organizzata ma spontanea: il diritto a disporre del proprio tempo, da utilizzare come meglio si crede, senza per questo dover essere giudicati negativamente. Un ribaltamento di valori che la società fa ancora fatica a metabolizzare. Un fenomeno che abbiamo analizzato insieme ad Annalisa Tonarelli, docente di sociologia del lavoro all’Università di Firenze.

Professoressa il rapporto dei giovani col lavoro è cambiato rispetto a quello delle generazioni precedenti, che lo riconoscevano come uno dei valori fondanti della nostra Costituzione, c’è davvero questa tendenza a salvaguardare il proprio tempo libero anche rinunciando ad avere più soldi a disposizione?

«Direi che più che partire da come è cambiato questo rapporto bisognerebbe iniziare da come è cambiato il lavoro. Non è rimasto costante, è cambiato dal punto di vista dei diritti e non dà più le stesse cose. Se non si parte da questo si rischia di cadere nello stereotipo dei giovani bamboccioni ed edonisti. Quando invece su questo cambiamento hanno influito la flessibilità e un lavoro sempre più precario e più povero. Salari bassi che variano di pochissimo, anche nei casi in cui si è investito sulla propria formazione».

Quindi è proprio cambiato il significato dato al lavoro. ..

«Nell’economia di sussistenza il lavoro serviva per sopravvivere. Col fordismo il senso era quello dello scambio tra il lavoro e il tempo libero da investire nei consumi e su questo ci siamo strutturati. Poi si è affermato il concetto del lavoro non più visto solo dal punto d vista delle risorse economiche, ma come realizzazione di sé. Tra gli anni’ 90 e 2000 questa aspettativa si è trasformata, in cambio della prospettiva di vivere bene siamo arrivati all’accettazione di lunghe attese, un’economia della promessa, è il caso degli stage, per cui pur di fare il lavoro che piace si accetta di non guadagnare. Ora viene meno anche questo elemento, non c’è più né la soddisfazione di fare il lavoro che piace né la possibilità di realizzarsi».

Perciò i giovani hanno interiorizzato la precarietà perché sanno che non riusciranno mai a raggiungere la stabilità?

«È una strategia di uscita dal sistema, una rivoluzione silenziosa. Sanno che il lavoro non consente più una vita stabile, non permette di costruirsi un futuro. Si fa quello che capita per sopravvivere e si tratta spesso di lavori poco gratificanti. Per questo si cercano alternative che permettano di avere del tempo libero da dedicare ad altro. Anche dal punto di vista della formazione universitaria, non si pensa più alla prospettiva del lavoro ma si sceglie ciò che piace. C’è un grande disincanto. Quindi si rinuncia a qualcosa per una qualità della vita migliore oggi che il futuro è così incerto. Ma questa “strategia” messa in atto dai giovani non è guidata, è una strategia individuale».

Su questa consapevolezza da parte dei giovani hanno influito anche altri agenti come nel caso della pandemia?

«Da una parte c’è questo, ma anche il panico per la situazione dell’ambiente e di cosa succederà al pianeta, del consumo delle risorse. A questo si aggiungono altri elementi, come ad esempio la consapevolezza che non avranno mai la pensione. Da qui il desiderio di investire sull’oggi, non si tratta però di una strategia edonista. I lavori che vengono offerti loro sono spesso poco pagati e richiedono orari prolungati che impattano sulla vita privata. Per le donne poi si tratta di ritmi che sono ancora meno conciliabili con la maternità. Si tratta di ritmi di lavoro che ti costringono spesso a vivere fuori dal mondo. I ragazzi tendono quindi a fare scelte diverse e a preservare del tempo libero per poter fare altro».

Anche l’aumento delle dimissioni va in questo senso...

«Questo non perché preferiscono prendere il reddito di cittadinanza, ma perché si stanno perdendo anche i diritti minimi. Molti non sopportano di fare lavori contrari ai propri principi oppure vengono maltrattati sul posto di lavoro, o ancora vedono quelli che sarebbero loro diritti, concessi come fossero favori, oppure non prendono lo stipendio o lo prendono in ritardo. E quando un lavoro diventa troppo oneroso, non ti piace e lo fai per meno di 1.000 euro al mese non c’è niente di scandaloso nel non accettarlo».

In Francia questa esigenza dei giovani, questo bisogno di conciliare il lavoro col diritto al tempo libero è stato raccolto da Mélenchon che se ne è fatto interprete, rendendolo addirittura uno dei punti cardine della sua politica. In Italia c’è la possibilità che accada altrettanto?

«In Italia il tema del lavoro è tirato fuori in maniera speciosa da destra a sinistra. Al di là delle dichiarazioni però è un tema che viene preso poco sul serio dai partiti.

La politica di Mélenchon, anche se può essere considerata più “populista” si inserisce in un contesto diverso, la società civile, come ha dimostrato anche nelle ultime settimane è molto più combattiva. Il dibattito che si sta portando avanti in Francia questo tema è preso molto più serio, qui da noi viene liquidato con la retorica dei bamboccioni. Mentre i giovani cercano in questo modo un loro spazio perché c’è un forte scollamento tra chi dirige e chi è diretto, tra chi gode dei diritti acquisiti e chi vive nel mondo reale».


 

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