Il Tirreno

Firenze

L’evento

Dal disegno a De Sica: Bong Joon-ho si racconta a Firenze

di Gabriele Rizza
Bong Joon-ho insieme al direttore del Korea Film Fest Riccardo Gelli
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Bong Joon-ho insieme al direttore del Korea Film Fest Riccardo Gelli

Il regista premio Oscar per “Parasite” ospite al Korea Film Fest. La promessa: «Tornerò a Firenze per l’anteprima del nuovo film»

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FIRENZE. La presenza a Firenze, alla Compagnia, di Bong Joon-ho, ospite d’onore del Korea Film Fest numero 21, salutato da una inedita presenza di pubblico (la sala era sold out in prevendita, biglietto posto unico 15 euro) , moltissimi i giovani e giovanissimi come è difficile vedere in altre occasioni, che hanno riservato al regista applausi a scena aperta e stand ovation finale, la dice lunga sul nuovo livello di attenzione che la "Decima Musa" (ma forse bisognerebbe dire "Undicesima") riesce a stabilire con la sua platea discettatori (meglio sarebbe dire consumatori) . Che se deserta la sala, comunemente intesa in termini di botteghino, riserva calore e emotività ai suoi eroi festivalieri, non necessariamente dei divi: alla Thimothée Chalamet per intendersi. Bong è tutto meno che un divo. Sdoganato a livello planetario da "Parasite" (primo titolo non a stelle e strisce a vincere l’Oscar alla voce "miglior film" dopo l’incoronazione sulla Croisette), un fanta thriller domestico in formato paradosso bunueliano dai risvolti politici proiettabile sul territorio spericolato della vecchia "lotta di classe", con scappatoie trash e dissolvenze platter, Bong è persona gentile, affabile e disponibile. Bong (non sarà un "Divo" ma è sicuramente un "Maestro") non si sottrae alla ribalta, ai riflettori, ai telefonini, alle telecamere.

Quello che riserva e che disinnesca davanti ai tanti giunti (anche da fuori Firenze) per la sua Master Class, è un arsenale di rivelazioni, confezioni, spiegazioni, un dispositivo narrativo dialettico che più che lezione di cinema si trasforma in lezione di vita. L’uditorio, il più giovane soprattutto, che pure si scopre affamato di carrelli, panoramiche e campi lunghi, ha voglia di vita vissuta, di esperienze, prove e sfide che prima che sul set si consuma nella quotidianità, nella normale emergenza della vita reale. Bong parla, racconta, spiega, scherza («da ragazzo mi piaceva disegnare i cartoni, ne ho fatti molti, una montagna di storyboard, mi illudo di essere un grande illustratore»), commenta, compone e scompone trame («"Parasite" era un grande set, interni ed esterni, senza soluzione di continuità, la sceneggiatura ha cambiato rotta solo tre mesi prima dell’inizio delle riprese, quando è scesa in campo la famiglia prigioniera nel seminterrato») ma più di tutto insegue memorie, avvolge il nastro dei ricordi, fotogrammi di spettatore. C’era un volta il piccolo Bong che alla televisione vede "Psycho" di Hitchcock e "Ladri di biciclette" di De Sica: «Avevo dieci anni, sono i miei due film di formazione. La storia del furto mi toccava da vicino perché mi avevano appena rubato la bici. Non sapevo nulla di De Sica ma sono subito entrato in sintonia col suo modo di filmare la realtà. Di "Psycho" mi è rimasta impressa la scia di shock che si è portava dietro e che ancora non mi abbandona tutte le volte che ci penso.

Erano immagini che passavano sullo schermo in bianco e nero eppure il sangue che scorreva nelle scene me lo ricordo di color rosso». Bong non perde un colpo, come nei suoi film attraversa i generi, li macina, li altera e li ricompone. Pensa al cinema come strumento di conoscenza. Come metodo di evasione e ricomposizione delle fratture che affliggono il mondo contemporaneo. E allora restituisce al nostro cinema l’onore della armi, una valenza critica certo diluita ma non alienabile: «Sono un po’ invidioso della vostra storia cinematografica. Fondamentali sono stati i lavori di Elio Petri o Marco Bellocchio che poi ho incontrato a Lione: ma ero molto nervoso, volevo parlargli, non ho avuto il coraggio. Non serve fare troppi nomi, però "Rocco e i suoi fratelli" di Visconti è uno di quelli, racconta una famiglia simile alla nostra, una storia di classe dove emerge la differenza fra ricchi e poveri. Arrivando ai giorni nostri mi piace molto Alice Rohrwacher, non riesco a dimenticare lo sguardo della protagonista del suo "Lazzaro felice". Un’ovazione saluta Bong Jonn-ho. Con una promessa strappatagli fra l’entusiasmo generale dal direttore del festival Riccardo Gelli: che l’anteprima del suo nuovo film, "Mickey 17" dal romanzo di Edward Ashton, attualmente in fase di postproduzione, uscita fissata marzo 2024, possa tenersi a Firenze. Chissà. Bong è sincero.

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