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Firenze, l’Accademia denuncia Facebook per il profilo colpito dagli hacker

di Sabrina Carollo
Firenze, l’Accademia denuncia Facebook per il profilo colpito dagli hacker

La direttrice della Galleria Cecilie Hollberg si è rivolta all’Autorità garante dei dati. «Dopo che la pagina è stata “hackerata” non è stato possibile riaverne il controllo»

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FIRENZE. «Abbiamo denunciato Facebook all’Autorità garante della protezione dei dati perché ci hanno comunicato che non erano in grado di fare niente per recuperare la nostra pagina ufficiale». La direttrice della Galleria dell’Accademia Cecilie Hollberg è quasi incredula di fronte alla gestione del colosso di Zuckerberg del problema che riguarda la pagina social del museo, invasa dagli hacker ormai da un mese senza che nessuno abbia risolto la questione. Di più, dalla California pare abbiano alzato bandiera bianca, rendendo così inaccessibile il profilo certificato del museo ai suoi proprietari. Per questo la direttrice, di concerto con gli avvocati dell’istituzione che presiede, ha presentato denuncia: «Mi domando come si possa offrire un servizio se non si è in grado di gestirlo», conclude Hollberg. Dal 7 marzo sulla pagina Facebook ufficiale della galleria, seguita da oltre 16mila utenti, appaiono contenuti incoerenti, caricati da chi ha rubato l’identità al museo: sembrava da Meta fossero riusciti almeno a bloccare i caricamenti abusivi ma così non è, e ieri sono riapparsi online spezzoni di video. «Purtroppo l’ambito legislativo di azione di Meta, in questo contesto, è sempre molto fumoso», spiega Walter Quattrociocchi, professore di Data Science and Complexity al dipartimento di informatica dell’università La Sapienza di Roma.

«Non so quale valenza potrà avere una denuncia ufficiale, perché se da Meta hanno ricevuto una password e poi l’ordine di resettarla non hanno contravvenuto a nessuna norma. Certo questo mette in evidenza il fatto che il protocollo non sia proprio solidissimo da questo punto di vista». In pratica, ci spiega il professore, quello che succede in questi casi è che dall’Italia viene fatta la segnalazione che viene presa in carico dal dipartimento centrale in California; in base al tipo di descrizione decidono cosa fare, secondo criteri legali che ai nostri occhi possono risultare bizzarri. Di solito comunque viene chiesta una certificazione al proprietario della pagina per identificarlo. Ma come è possibile che un gigante del genere non sia in grado di assicurare sicurezza e una soluzione? «Forse chi gestisce la pagina della Galleria ha commesso qualche sbaglio», prosegue Quattrociocchi, «di solito succede che qualcuno clicchi erroneamente su un messaggio o ceda qualche informazione che non avrebbe dovuto dare, cosa che poi consente l’overtake della pagina (ovvero l’estromissione dei precedenti, legittimi proprietari) . In questo contesto mi sembra una banalissima frode di identità, non la chiamerei hacking, e l’impressione che ho è che non sia nemmeno una cosa particolarmente mirata». Ovvero hanno pescato a strascico, spiega ancora il professore, secondo cui l’ipotesi più probabile è che qualche agenzia ha ricevuto mandato di aumentare il numero di visualizzazioni rispetto a determinati contenuti, è per farlo sono state “occupate” altre pagine, con l’intento di massimizzare quelle visualizzazioni. «Credo che si tratti un processo automatizzato, non ci vedo una grande macchinazione dietro», aggiunge. Ma proprio la banalità dell’operazione la rende così inquietante: «Il sistema di sicurezza di Meta è funzionale rispetto all’identificazione che loro mettono a disposizione su tre livelli – password, email, cellulare -; forse in questo caso c’è stata poca attenzione ai parametri standard» azzarda. In questo caso però i dipendenti di Zuckerberg hanno dichiarato di non poter rimediare: «Potrebbe esserci qualche passaggio legale per cui a loro non risulta frode. Diciamo che il loro atteggiamento è piuttosto pilatesco: se puoi dimostrare chi sei bene, altrimenti non faccio nulla».
 

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