Il Tirreno

Firenze

Il commento

Uccisa dall’ex, l’indifferenza che ci rende complici

di Ilaria Bonuccelli

	Martina Scialdone, l’avvocatessa di 35 anni uccisa dall’ex fidanzato
Martina Scialdone, l’avvocatessa di 35 anni uccisa dall’ex fidanzato

Per sconfiggere la violenza non ci vogliono pene più dure, ma attenzione

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Sappiamo già tutto, sembra, del caso Martina Scialdone. Venerdì sera, a Roma, va al ristorante con il suo ex, ultimo incontro, litigano, “quelli” del locale non la proteggono - forse addirittura la buttano fuori (su questo indaga la polizia). Poi il fidanzato lasciato le spara in mezzo alla strada. E via al circo dei commenti.
Tentiamo, invece, un esperimento. Diciamo che non sappiamo nulla di questo femminicidio. Entriamo, allora, con Martina nel ristorante. Non ci limitiamo a sentire, ascoltiamo. E guardiamo. È una donna giovane, si è preparata con cura. Incontra l’uomo di cui una volta si è creduta innamorata. Ora non lo è più. Non è un buon motivo per essere sciatta. Gli occhi, truccati, scrutano la sala. Sono attenti a tutti i dettagli. Hanno imparato a osservare anche il retro delle cose, da quando si è accorta che lui non era quello che credeva. Ha accettato l’appuntamento “per chiarire” perché è in un luogo pubblico. Lì, in mezzo alla gente, non le può fare del male.
Lo vede, si siede. Il sorriso non scalda. Lei è tesa, ma non vuole farsi trascinare in un’altra lite. Lui è quello che cerca. Alza la voce. Ci gode a farsi sentire da tutti. A far credere che comanda. I tavoli intorno sentono, fanno le facce infastidite. Martina li comprende. Lei capisce l’ imbarazzo dei clienti. Vorrebbe che loro capissero il suo. A un certo punto non ce la fa più. Non sono le parole, le accuse di lui che le fanno male. Tutta la violenza lei l’ha già subita. È un altro sentimento che lui le ha fatto sperimentare da adulta: la vergogna, condita di umiliazione. La reazione è da bambina. Scappa, deve rintanarsi. Si infila nel primo posto che le viene in mente: il bagno. Chissà perché le donne vanno a piangere sempre in bagno. Non verrebbe più fuori. “Lasciatemi qui fino domani”, pensa. “Poi quando è giorno e non c’è più nessuno, esco piano, come un topolino e me ne vado”. Non si può. Forse le vengono a bussare quelli del locale o ad aprire la porta con il passpartout. Vero o non vero, chi se ne frega. È che Martina deve uscire e affrontare quello che c’è fuori. Lui, ad esempio. Lui, però, se n’è andato. L’imbarazzo, invece, non l’abbandona.
Ci vorrebbe un bicchiere d’acqua, una sedia, sguardo di comprensione, in questo momento. Non arriva nulla. No, non è cattiva quella gente, i clienti, i ristoratori, i camerieri. Sono ciechi. Come i protagonisti del romanzo....Oddio come si chiama? Ecco di Saramago. L’indifferenza rende incapaci di vedere il prossimo. Ci rende incapaci di comprendere, di leggere - nel caso di Martina - i segnali della violenza. “La signora è uscita tranquilla...Lui se n’era andato”, dicono dal locale. Ma come si fa anche solo a pensarla una cosa del genere? Un uomo che aggredisce una donna in un locale, non la aspetta per finire il lavoro fuori? Magari con le mani, forse non si può immaginare con una pistola. Ma perché una donna non si può strozzare? O prendere a pugni? E se lui avesse rubato un coltello dalla tavola e l’avesse pugnalata? È che essere ciechi e indifferenti a volte è pure utile. Quella faccenda non mi tocca, quindi non mi immischio. . .Allora quando ci chiedono - ma che cosa si può fare per fermare la violenza contro le donne? - non rispondiamo più: inasprire le pene. Diciamo: “Guardiamoci intorno. Leggiamo i segnali della violenza. Diventiamo sentinelle”. Essere ciechi per indifferenza, ci rende complici, non di un reato ma di mancanza di umanità.

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