Calino saluta le Cure e chiude: «Tasse e bollette mi hanno ucciso»
Firenze, ecco cosa aprirà al posto del ristorante. Il quartiere si appella a Palazzo Vecchio
FIRENZE. I suoi piatti lo hanno reso uno dei più celebri e ricercati ristoranti di pesce di Firenze. Tanto che per trovare un tavolo libero, a cena o a pranzo, bisognava prenotare con almeno dieci giorni di anticipo. Ma da martedì lo chef Tommaso Cintolesi, in arte Calino, ha tirato giù, per sempre, il bandone del locale di piazza delle Cure. E al suo posto aprirà un kebabbaro. A decretare la chiusura del rinomato ristorante, l’aumento dei costi delle materie prime - dal pane alla pasta fino al pomodoro - e anche la crisi post pandemia che ha ridotto il fatturato di quasi il 50%.
Da un anno Cintolesi aveva messo in vendita l’attività a causa delle crescenti difficoltà ma alla fine, nonostante gli sforzi la chiusura è stata inevitabile. «Il caro energia per fortuna non mi ha toccato perché avevo un contratto calmierato - spiega lo chef - Ma dal prossimo anno, col passaggio al mercato libero, probabilmente anche io avrei sofferto i rincari di gas ed energia elettrica e sarei morto lo stesso. Quindi, è stato meglio mettere fine da subito all’agonia di Calino».
L’ex locale di piazza delle Cure, come riporta anche il sito di enogastronomia "Il Forchettiere"che ha dato la notizia, non è il primo e non sarà l’unico ristorante fiorentino costretto a chiudere i battenti a causa della crisi che altro non è che un riflesso delle grandi difficoltà che stanno patendo le famiglie. «Le persone non spendono più, mangiano un primo o un antipasto in due, invece della bottiglia di vino si beve un solo calice - continua Cintolesi - Tutto questo per dire che le uscite da tempo erano maggiori delle entrate. E per stare nei costi ho dovuto dapprima licenziare il lavapiatti, poi il personale di sala. Così negli ultimi mesi mi sono ritrovato a occuparmi di tutto. Ero stressato, e andare avanti non era più possibile».
Insomma, senza Calino Firenze è un po’ più povera: mancheranno la sua genialità e la sua estrosità ai fornelli. Come dimenticare - per chi ha avuto la fortuna di gustare le sue creazioni - la parmigiana di ombrina, la fregula sarda con pallottine di tonno bianco, l’insalata di cozze alla sarda, la svaporata di gamberi rossi, il crudo di pesce o la polenta di schie fritte (solo per citare alcuni piatti)? Di futuro, per ora, Tommaso non vuole parlarne: «Si vedrà - risponde - adesso devo pensare a organizzare il trasloco, ma cosa accadrà da domani in avanti non lo so e non lo immagino. In questi anni ho ricevuto tanti complimenti ma i fiorentini dal post pandemia hanno smesso di spendere o di andare a cena fuori. Io con i turisti ho lavorato poco e nulla, la mia, per una scelta personale, era più un’attività di quartier. E questa cosa evidentemente l’ho pagata». Come detto, tra qualche settimana, al posto del ristorante di pesce aprirà l’ennesimo kebabbaro della città: i comitati delle Cure e del Campo di Marte sono già sul piede di guerra: «Anche questa zona di Firenze sta perdendo la sua identità - la denuncia che arriva dai residenti - Ci appelliamo al neo assessore allo Sviluppo economico affinché ponga dei freni al proliferare di certe attività che di fiorentino non hanno nulla. Bisogna preservare i nostri locali e le nostre botteghe storiche con dei regolamenti e agevolazioni ad hoc».
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