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Femminismo non è sinonimo di perfezione: la picconata al patriarcato di Francesca e Sarah
Alll’ippodromo del Visarno di Firenze le blogger presentano la guida “per sopravvivere”. Su Instagram la loro pagina è diventata virale
FIRENZE. Potrebbe sembrare un libro per mamme. Una di quelle letture leggerine, per cui ridi delle classiche disavventure con i figli, come se ne sono visti diversi ormai, una letteratura pure un po’di nicchia considerata la natalità zero del Paese. Be’, ridere si ride, ma “Non farcela come stile di vita”, il volume scritto a quattro mani da Francesca Fiore e Sarah Malnerich – meglio conosciute sui social con il nome collettivo di “mammadimerda” – è in realtà un supereroe mascherato, che alla faccia dell’ottimo Kant, fa filosofia in modo comprensibile e divertente.
Una filosofia femminista, e ci mancherebbe, ma che riguarda anche gli uomini, non solo in qualità di eventuali mariti/compagni, ma come individui. Lo stile di vita che propongono le due autrici è infatti quello di una dissacrante distruzione del mito della perfezione, del farcela a tutti i costi, dell’uno su mille che da tempo ci perseguita. Ecco, loro stanno dalla parte degli altri novecentonovantanove, principalmente donne ma non solo. Perché non farcela è un diritto e le aspettative sociali sono diventate decisamente troppo alte per tutti. Certo, le donne si sentono particolarmente a loro agio in questa community, visto che a loro è sempre chiesta la prestazione migliore; ma il tarlo della perfezione, del modello, del percorso giusto rispetto a quello sbagliato è un male che può colpire chiunque, nella nostra società in cui il successo è la chiave di lettura di sé e degli altri, il metro di giudizio della felicità.
Francesca e Sarah hanno abbracciato con il blog prima, i social poi e infine il libro che presentano questa sera alle 21 all’ippodromo del Visarno, una controtendenza che legittima, ridendo, il non farcela, l’accogliere le proprie debolezze, l’ammettere la fatica, la ribellione a uno stile di vita che in qualche modo per essere legittimato deve concludersi inevitabilmente con una vittoria finale.
«Che poi, cosa sono successo e fallimento? Nessun successo dura in eterno, è un momento, e magari solo su un fronte mentre gli altri cascano a pezzi. Lo stesso vale per il fallimento: prendiamoli più alla leggera, allora», commentano le due autrici. E rincarano la dose contro la retorica del’volere è potere’e di tanti che promuovono il modello dell’essere l’artefice del proprio destino: «Ma davvero vogliamo dirci che abbiamo tutti le stesse possibilità? Non è la verità, e il modello universale che ci hanno propinato per anni in realtà crea solo una frustrazione infinita. Basta con gli esempi virtuosi di persone nate nello slum di Delhi, senza famiglia, nemmeno troppo in salute che sono diventati super nel loro ambito e ti fanno pensare che invece tu che sei una persona nata nella periferia di Torino e hai una vita qualunque sei sbagliato, uno sfigato». Per uno che ha successo ce ne sono miliardi che falliscono e non vengono raccontati: ma se la retorica è quella, finisce che ci si sente in colpa costantemente per non essere riusciti a sfondare. Per le donne poi tutto questo è amplificato: «Dobbiamo tenere insieme un sacco di cose, il lavoro ma anche la merenda, la gita, la foto, hai pagato, l’hai iscritto, la casa, la spesa, la lavatrice, la riunione… Perdersi qualche pezzo per strada è il minimo che possa accadere. Ci vuole un lavoro di consapevolezza su noi stesse, per capire che il senso di colpa è un artificio sociale che ci incastra e non ci consente abdicare.
Il tema è abbassare l’asticella: non farcela è un dovere», aggiungono. “Mamma di merda” è diventato quindi un marchio in cui si possono riconoscere tutti, indipendentemente da sesso, figli, regione di provenienza, lavoro. È, come scrivono nel libro, «una missione ecumenica: leniamo i vostri sensi di colpa e diffondiamo inadeguatezza». Tutto nasce nel 2016 quando Francesca, allora madre di due figlie di 6 e 3 anni (amichevolmente soprannominate’le erinni’) , apre il blog in cui racconta le sue quotidiane défaillance di madre; dopo poco la affianca Sarah, una ex collega diventata madre da qualche mese che si produceva nel medesimo esercizio su facebook. Il blog comincia ad avere buoni numeri, i post diventano virali, si ride e si sorride di sé, delle difficoltà di essere all’altezza e di gestire tutto da brave giocoliere. Il passaggio su Instagram le costringe a metterci la faccia, loro che comunque sono riuscite a diventare influencer senza mettere in piazza ogni minuto della propria esistenza, ma condividendo quanto basta per creare un seguito forte, fedele e soprattutto che si rispecchia perfettamente nelle loro modalità.
«Quando lanciamo la rubrica “Dimmi che sei una mammadimerda senza dirmi che sei una MDM” vengono fuori innumerevoli episodi divertenti», spiegano. «Quando, per esempio, abbiamo chiesto di raccontare le cose peggiori successe ai figli lasciati al padre SENZA libretto di istruzioni – perché siamo bravissime a lasciare una lista dettagliata dei’to do’che però non aiuta la causa -, fermo restando che non è stato registrato nessun decesso, ci hanno raccontato di un padre che ha lavato i denti al figlio usando la colla della dentiera della nonna al posto del dentifricio, incollando quindi la bocca del bimbo, o di un altro che ha infilato i calzini di quello di tre mesi a quello di tre anni, modello Cina imperiale». I follower maschi del resto non sono tantissimi, «un 5% in crescita», sottolineano, «anche se ci rendiamo conto che chi ci segue è già avanti nel processo. Però ci teniamo a comunicare con gli uomini, è importante che anche loro salgano a bordo. Anche perché l’alternativa è il divorzio», concludono ridendo.
Di recente si sono spese per la campagna “La scuola non è un seggio”, che in realtà abbraccia una tematica più ampia, quella del cambio di calendario scolastico: «Così com’è non ha senso, sia per i ragazzi che arrivano a giugno spompati e a settembre hanno dimenticato tutto, che per le famiglie, che devono affrontare tre mesi di nulla. Una pausa legata al ciclo del grano, quando i bambini aiutavano nei campi: ci pare che si possa passare oltre allineandoci con il resto d’Europa. Proponiamo di chiudere un mese in meno d’estate e di spalmarlo nel corso dell’anno scolastico, come già avviene all’estero». Il loro futuro prevede diversi cantieri aperti: un nuovo libro, uno spettacolo e un format per le aziende, per promuovere un punto di vista diverso e minare gli stereotipi legati alla maternità, che non può più essere una zavorra femminile. Con impegno, ma sempre ridendoci su.
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