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Verso il voto

Ilaria Cucchi corre a Firenze. Renzi sfida il Cav (a Milano)

Mario Neri
Ilaria Cucchi corre a Firenze. Renzi sfida il Cav (a Milano)

I dem: «Lei icona di diritti». Di Giorgi: «Epurata, me ne vado»

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FIRENZE. Il partito l’ha digerita, ma non come una pillola amara. In fondo Ilaria Cucchi, insieme alla sua candidatura, paracaduterà su Firenze anche la sua storia e quella del fratello Stefano, morto dopo un pestaggio in carcere a Regina Coeli. Un simbolo di giustizia negata. «Una storia universale, che ci ricorda come, anche in un sistema democratico, la democrazia possa venir sospesa, andare in cortocircuito», dice un dirigente dei dem fiorentini, che accoglieranno nel collegio uninominale del Senato la “civica” reclutata da Sinistra Italiana e Verdi. E in questa specie di resa dei conti fra correnti emergenti e aree di partito diventate ruscelli in cui s’è trasformata la formazione delle liste del centrosinistra, in effetti sembra rappresentare l’unica scelta simbolica in Toscana. Nulla che abbia a che fare con apparati e alchimie correntizie, un’icona repubblicana per ogni cittadino che richieda verità e giustizia, peraltro amica della famiglia di Riccardo Magherini.

Non a caso Matteo Renzi, fino a poco fa deciso a sfidare gli ex compagni del Pd, cambierà strategia: «Noi avremo parole di rispetto personale per lei – dice – Ma sul collegio risponderemo con una operazione diversa». Non correrà l’ex premier, convinto piuttosto che per gonfiare le vele al Terzo polo serva una nuova “mossa del cavallo”, quasi un altro azzardo. E questa volta la scommessa del leader di Italia Viva punta dritta sul feudo del Cav.

«Correrò come capolista sul plurinominale di Milano contro Berlusconi», confida. Erodere voti al capo storico di Forza Italia dove Forza Italia dovrebbe essere più forte. Lo scalpo ai voti moderati e allo stesso tempo alla metropoli ormai da anno fortino di consensi anche per il Pd.

Chi schiererà allora Renzi nel collegio del Senato? È quasi certa ormai la candidatura di Stefania Saccardi. È contro la vicepresidente della Regione che dovrà vedersela Federico Gianassi, l’assessore “delfino” che Dario Nardella ha protetto dallo spettro paracadutati. Mentre l’ormai ex sindaco di Campi Emiliano Fossi sfiderà Francesco Bonifazi. Ossi duri, soprattutto Saccardi. Che potrebbero complicare la vita ai dem in collegi che tutti gli istituti di analisi danno per sicuri al centrosinistra. Quasi nessuno, nel centrodestra, crede che Jacopo Cellai, Paolo Marcheschi o Chiara La Porta, colonnelli fiorentini di FdI, riusciranno nello scalpo storico. Ma nulla è scontato. Intanto perché per i dem la campagna elettorale comincia fra i veleni per le esclusioni. «Letta ha spianato Base riformista, l’ha rasa al suolo. Per anni ci hanno rimproverato la notte dei lunghi coltelli, quella in cui Renzi usò il lanciafiamme sulle liste, lui ha fatto lo stesso».

Sul plurinominale del Senato si salva solo Dario Parrini, l’ex segretario regionale un tempo più renziano di Renzi che ora tutti fra i democrat raccontano come un lettiano di ferro. Fuori Luca Lotti. L’ex ministro e sottosegretario alla presidenza del Consiglio, capo dei Br – come i dem chiamano con sarcasmo la sua corrente – non sarà ricandidato. Adieu. Non l’ha presa benissimo.

«Il segretario del mio partito ha deciso di escludermi dalle liste per le prossime elezioni politiche – dice – Mi ha comunicato la sua scelta spiegando che ci sono nomi di calibro superiore al mio. Confesso di non avere ben capito se si riferiva a quelli che fino a pochi mesi fa sputavano veleno contro il Pd e che oggi si ritrovano quasi per magia un posto sicuro nelle nostre liste». E ancora: «Fa male in queste ore ascoltare inutili polemiche e fake news sulle motivazioni della mia mancata ricandidatura, così come leggere assurde ricostruzioni in cui si prova a far credere che a scegliere sia stato il territorio». Ne è convinto: «La scelta è politica», «dettata dal rancore», «non si nasconda nessuno dietro a scuse vigliacche».

Non solo, Rimprovera ai dem di aver «abbandonato uno dei cardini della nostra identità: il garantismo». Non è un riferimento a caso. Lotti a settembre potrebbe venir rinviato a giudizio per corruzione per l’inchiesta su Open, la vecchia cassaforte renziana. Eppure, lui giura: resterà nel Pd. Quarta sul plurinominale un’altra baseriformista come Caterina Biti, per cui sarà quasi una missione impossibile agganciare un seggio. Sta pensando di andarsene invece Rosa Maria Di Giorgi, anche lei esclusa, che parla apertamente di «riformisti epurati» e ammette di non aver votato le liste in direzione: «Stanno cercando di ricostruire i Ds. Sto riflettendo seriamente sulla mia appartenenza ad un partito che ha dimostrato di aver così poca cura di quella dimensione plurale e progressista che aveva costruito negli ultimi anni».

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