Il presidio
Chiara Francini: «Sono una di paese, la fiorentinità è schiettezza»
LA MIA FIRENZE: L'INTERVISTA. L’attrice: «Se non avessi puntato sul cinema, sarei stata una missionaria. Dai miei concittadini ho imparato l’ironia, il sarcasmo e l’essere tagliente»
Attrice, scrittrice, conduttrice. Fiorentina, sì, ma «di paese». L’infanzia nelle case Fanfani di Campi Bisenzio, Chiara Francini se la ricorda ancora. Figlia unica di papà Giancarlo e mamma Sara, è cresciuta con i nonni materni, Orlanda e Danilo. Da bambina stava seduta su una seggiolina con i nonni, nel giardino del palazzo. E ascoltava gli aneddoti e le storie dei vicini. E sognava a occhi aperti sulle ali della fantasia. «Di diventare attrice o missionaria», ricorda, sorridendo. Ma la “fiorentinità” – dice – se la porta dentro. Da tanto. Gli anni al liceo classico “Dante”, prima, e quelli dell’università, poi. Sempre a Firenze. Un segno indelebile che le è rimasto appiccicato addosso. E che ha contribuito a “creare” Chiara Francini. Quella di “Colorado”, “Maschi contro femmine, anima di “Drag Race Italia” e protagonista, in teatro, di “Coppia aperta quasi spalancata” di Franca Rame e Dario Fo.
Chiara, cosa significa essere una “fiorentina di paese” a Firenze?
«Lo racconto nel mio nuovo monologo con cui debutterò l’8 luglio al Napoli Teatro Festival. S’intitola “Una ragazza come io” ed è la storia di una ragazza toscana, di paese, che inizia ad andare a scuola in città. C’è tanta Firenze in questo nuovo spettacolo. E anche Campi Bisenzio».
È la sua storia, quindi.
«Sì. È una riflessione, condotta attraverso gli occhi di questa ragazza, sulla sua infanzia, sulla giovinezza e sul fatto che, nonostante si sia sempre sentita fuori posto in città, alla fine ha capito quanto sia importante essere diversa per comprendere la straordinarietà dell’unicità che tutti abbiamo dentro. Per capire che essere diversi, inadeguati, fuori posto è un pregio, non uno svantaggio, mai un limite».
Lei è uno dei giudici di Drag Race Italia, un programma che racconta la comunità Lgbt+: cosa ha imparato dalla trasmissione?
«Comincio a girare la seconda stagione di “Drag Race” e una cosa l’ho compresa: bisogna combattere per tutto ciò che si ritiene giusto e corretto. Ho una concezione della felicità profondamente ortodossa e per me i concetti di amore e famiglia esulano dalla sessualità. La vita è una soltanto e tutti hanno diritto a inseguire la felicità. Per questo sarò sempre dalla parte dei diritti e dell’amore».
Firenze è una città aperta e accogliente?
«Sì, i fiorentini hanno una grande capacità di accoglienza. Credo che l’essere nati nella Culla del Rinascimento faccia la differenza. La cultura apre la mente, ma anche le braccia e il cuore. Penso che siamo così. Firenze è sempre stata una città attenta a guardare, studiare, approfondire le differenze. Mi sono sempre sentita molto accolta: i fiorentini sono creature peculiari, ma profondamente accoglienti».
Qual è il suo legame con Firenze?
«Io Firenze me la porto dentro, tutto quello che sono lo devo a Firenze. Sono nata con quella capacità di guardare la vita, abbracciarla e amarla, nonostante quelle che possono sembrare all’apparenza brutture e disarmonie».
Faccia degli esempi.
«Penso all’ironia, il sarcasmo e quell’essere tagliente che è tipico dei fiorentini. Mi ritrovo in questo, anche se io sono “di paese”. Riesco a vedere questa voglia di ridere anche dell’amarezza, un po’come si vede nei film del grande Mario Monicelli, e di comprendere come la vita la si possa definire bella, ma non perché è bella in toto. Un amore non si definisce felice perché lo è sempre stato. Mia mamma dice sempre: “Chi è bello sempre non è bello mai”».
Ripete spesso che “si è da adulti ciò che si è mangiato da piccini”: cosa vuol dire?
«Io sono il pane con l’olio, la pappa al pomodoro. Firenze è un po’la mia seconda mamma. Ho studiato là e sono diventata adulta con la consapevolezza di essere cresciuta nella città più bella del mondo e di essermi nutrita di quelli che sono le bontà di Firenze, caratterizzate spesso da elementi semplici».
Cosa ama di più della fiorentinità?
«La capacità di vedere la vita schiettamente e di amarla proprio come si fa con un amore. Si ama davvero non quando si amano solo i pregi, sarebbe troppo facile. Si ama davvero quando ci si innamora anche dei difetti. Di Firenze, della fiorentinità, amo anche questo. Come scriveva Curzio Malaparte, i fiorentini «hanno un modo d’inginocchiarsi, che è piuttosto uno stare in piedi con le gambe piegate».
Quali ricordi conserva dei suoi anni a Firenze?
«Ricordo i tempi del liceo classico, piazza Brunelleschi, tutto il periodo in cui ho studiato. Erano i libri, ma anche tutto il contesto. Venivo dal paese ed era bellissimo, per me, prendere l’autobus, attraversare la città anche a piedi, andare in centro quando studiavo all’università. Se sono quella che sono, è merito anche di quello che si respira. E io l’ho fatto».
C’è un personaggio fiorentino che l’ha un po’ delusa?
«Stimo molto il sindaco Dario Nardella, sta facendo tanto per la città. Se c’è qualcuno che mi ha deluso? No, perché è difficile che io creda molto nelle persone, all’inizio (ride, ndr) ».
Spostiamoci nella sua città natale, Campi Bisenzio: cosa pensa della Gkn?
«La carriera mi ha portata lontano, ma sono sempre molto vicina al mio paese. Quando ho saputo di quanto accaduto, ho preso carta e penna. E ho scritto. Per me che ho una concezione della giustizia molto ortodossa è una cosa che trovo abominevole. Per gli operai, infatti, la Gkn non è solo una fabbrica. No, coincide con la vita: si tratta di operai specializzati che lì hanno trascorso tutta la loro esistenza».
Cosa ha apprezzato?
«È molto fiorentino il fatto che gli operai si siano uniti e che siano in presidio permanente, che ci sia un bar e la mensa. Sto lavorando con il regista Nicola Borghesi che è andato là, nella fabbrica di Campi Bisenzio, per fare uno spettacolo con loro, una rivisitazione del Capitale di Marx con loro. Mi ha raccontato la forza, la pertinacia, con cui sono rimasti attaccati a quello che non era soltanto un posto di lavoro ma anche un posto nel quale vivere. Ci sono striscioni dei figli e dei bambini, gli operai ci hanno trascorso il Natale nello stabilimento. È fondamentale raccontare questa storia e stare vicino a queste persone. Si parla sempre di diritti, ma i diritti sono tali quando valgono per tutti».
Parliamo del suo spettacolo “Coppia aperta quasi spalancata”: arriverà anche a Firenze?
«Sì, l’anno prossimo. È un grande successo, sold out da tre anni. Sarò felice di portarlo sul palco, anche a Firenze».
Qual è il segreto del suo successo?
«Serve sempre curiosità, passione. Sposo i progetti totalmente, ognuno credo sia straordinario e, per questo, lo aiuto, lo imbocco, come se fosse l’unico della mia vita. Vale anche per “Una ragazza come io”: non vedo l’ora di essere sul palco per raccontare in Italia la mia Toscana».
C’è un posto a Firenze che sente suo?
«Mi piace molto il museo Stibbert, dove mi portava il mio babbo quando ero piccola. Mi piace tornare in piazza Brunelleschi, via Alfani, anche piazza della Vittoria, dove c’era il liceo classico “Dante”. Quelli sono i luoghi della mia infanzia e li conservo nel mio cuore».
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