Italia
Episodi e punti dicono Lazio L’Empoli cade ma a testa alta
Una scivolata mette le ali alla squadra di Simone Inzaghi poi allo scadere il prodigio di Strakosha dice no a Caputo
EMPOLI
Non è solo il vestito, il 4-3-2-1, che Aurelio Andreazzoli sceglie di far indossare per la prima volta al suo Empoli. No, è anche e soprattutto un bellissimo romanzo di Paul Auster. Che racconta, peraltro magistralmente, le vite del suo protagonista. Vera o solo possibili che siano. Il messaggio è che alla fine la differenza, una grande differenza, la fanno i piccoli episodi, le scelte che sembrano anche banali. Proprio quello che succede in Empoli-Lazio. Con un cross neanche troppo insidioso di Lulic che la deviazione di Di Lorenzo e la scivolata di Rasmussen trasformano nel gol partita firmato da Parolo in avvio di ripresa, e quel pallone che a titoli di coda già esauriti Caputo prova a insacare trovando una prodigiosa e praticamente inspiegabile deviazione di Strakosha.
Ovvio, non è solo questo che consegna a Simone Inzaghi la seconda vittoria consecutiva, non è solo questo che condanna gli azzurri a una sconfitta interna che, in campionato, mancava da ben 358 giorni (lo 0-1 col Cittadella del 16 settembre 2017). Ovvio, la differenza di valori in campo è quasi abissale. Ed è proprio questo concetto, alla fine, che rende merito all’Empoli di aver giocato una signora partita. Certo, non avrà fatto più del massimo come il suo condottiero aveva chiesto alla vigilia, ma di sicuro la squadra è andata assai vicina alla sua migliore versione.
E l’immagine del portiere albanese che all’ultimo respiro salve la pelle di una squadra che pochi mesi fa ha perso la Champions League quando era già sul traguardo contro una neopromossa la dice la lunga. L’Empoli, infatti, al primo vero esame contro una big dimostra di poter dire la sua. Tanto che, alla resa dei conti, la pagnotta la Lazio se la guadagna più con lo spirito operaio che sa mettere in campo (e non è un merito da poco...) che per una reale supremazia di gioco o dei singoli: Immobile, tant per fare un esempio, sembra quello in versione Nazionale, ovvero quando ne azzecca poche, e poco meglio (ma qualcosa di meglio sì) fanno i piedi fini di Luis Alberto e mister “oltre 100 milioni” Milinkovic-Savic. Col guardiano dei pali, semmai, brillano Parolo, Leiva, Lulic. La classe operaia, insomma.
Che già nel primo tempo tiene in piedi una squadra che sfiora sì due volte il gol (clamoroso il palo di Wallace nel recupero) ma sbanda in più occasioni (Strakosha è già decisivo su Acquah), rischia in tante altre e, complessivamente, fa peggio dei padroni di casa. Più che “nonno”, infatti, Aurelio (Andreazzoli) sembra una vecchia volpe e col cambio di sistema (fuori La Gumina, dentro Bennacer) sceglie di giocare il calcio preferito dalla Lazio (tanta qualità a centrocampo e inserimenti costanti degli intermedi) creando più di un affanno e più di un problema ai capitolini.
Nella ripresa la Lazio ha un approccio migliore. E passa alla cassa al 2’ col già descritto gol di Parolo. Non ce la fa, però a prendere in mano la partita. Gli azzurri non escono di scena. Passano quasi a un 4-1-3-2 col primo cambio e sfondano sempre più spesso con Di Lorenzo. Tanto che Inzaghi sgancia un terzino (Durmisi) per chiudere la falla. Il tecnico di casa si gioca anche la carta della terza punta Mraz) e nell’arrembaggio finale rischia almeno tre volte di incassare il raddoppio in contropiede. Ma non smette di crederci. Almeno non fino al momento dell’ultimo duello. Lo vince Strakosha. E vince la Lazio.
All’Empoli restano gli applausi (convinti e meritati) del suo popolo. E il rammarico. Tanto rammarico. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
