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Empoli

L'Empoli ha un'altra coppia-gol, ma lontana dal campo...

di David Biuzzi
L'Empoli ha un'altra coppia-gol, ma lontana dal campo...

Non solo Caputo-Donnarumma: vengono da mondi diversi, ma è insieme che il direttore generale Butti e il direttore sportivo Accardi hanno costruito un’impresa sensazionale

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EMPOLI. Du gust is megl' che uan. Già, una vecchia - e famosissima - pubblicità torna di moda in casa Empoli. Perché il tormentone di un giovane (allora) Stefano Accorsi vale come una fotografia della stagione. Quella che gli azzurri hanno costruito sulle prodezze di una fantastica coppia di bomber, Caputo-Donnarumma, ma non solo. Di gemelli del gol, infatti, gli azzurri non hanno solo quelli sul campo. No, ce ne sono un paio nella stanza dei bottoni e le loro reti sono meno visibili ma più pesanti. Sono Pietro Accardi e Andrea Butti. I due direttori che questo fantastico Empoli lo hanno formato pezzo per pezzo. Anche se in realtà più che una coppia sembrano... gemelli diversi.

Sulla carta, infatti, non potrebbero essere più diversi. Il direttore generale è un figlio di quella “Milano da bere”, tanto per restare dentro la metafora pubblicitaria, poi spazzata via da Tangentopoli. Ha incorniciato sulle mura di casa una laurea presa in una delle università più prestigiose d’Italia, la Bocconi, ha vinto il triplete con l’Inter di Mourinho e lavorato in Francia (Monaco) e Inghilterra (Wolverhampton); la scuola del direttore sportivo, invece, è quella della strada. E che strada. Nato a Palermo nel 1982, infatti, quelle che ha battuto da ragazzino, tirando i primi calci al pallone, non potevano che essere quelle insanguinate dai viddani di “totù u curtu” (i Corleonesi di Riina) e dalla loro guerra di mafia. La sua vita, però, è un’altra: il calcio. E quando appende le scarpette al chiodo, andando in A con l’Empoli di Sarri, inizia la carriera da dirigente. Sempre in azzurro.

Mondi diversi, distanti. Eppure qualcosa in comune Accardi e Butti ce l’hanno: la generazione, un carriera costruita, per strade diverse, comunque nel pallone. Ma anche, e soprattutto, l’ambizione. La voglia di dimostrare qualcosa, di costruire qualcosa. E, probabilmente, è proprio su questa rotta che due navi così differenti hanno allineato la rotta. Il feeling, tra i due, è stato praticamente immediato. Proprio come quello di Caputo e Donnarumma sul campo. Coi compiti spesso svolti insieme, a volte divisi a seconda delle necessità. Butti, ad esempio, è stato quello esposto. Finendo davanti a taccuini e microfoni per presentare tecnici e giocatori, ma anche per scusarsi coi tifosi dopo il mancato saluto - e relativa contestazione - alla prima amichevole. Memorabili, in questo senso, le parole con cui inaugurò la gestione Andreazzoli, appena chiamato (a sorpresa) al posto dell’esonerato (a sorpresa) Vivarini: «Non abbiamo l’obbligo di andare in Serie A – disse – abbiamo l’obbligo di provarci». Bingo.

Ma Butti è stato spesso sotto i riflettori soprattutto perché il “gemello” Accardi non poteva starci. La sua conferma, infatti, non era stata accolta benissimo (eufemismo) dal popolo azzurro. In molti non avevano compreso perché sull’altare della rivoluzione post-retrocessione non fosse stata immolata anche la sua testa. Non l’ambiente ideale per iniziare a camminare da solo dopo le stagioni vissute accanto al dg Carli. Ma evidentemente la carriera da calciatore gli è bastata almeno per costruire due spalle larghe così. E Accardi, colpo dopo colpo, è riuscito in due imprese in una sola estate: cedere tutti i reduci dall’annus horribilis, o almeno tutti quelli che il club voleva cedere, e ricostruire un gruppo di grandi qualità. Tecniche e non solo. E anche in questo caso c’è un capolavoro: l’acquisto di Caputo, che a Ferragosto sembrava già del Parma ma che è arrivato al Castellani (anche per merito di una telefonata del presidente al collega dell’Entella...) per segnare caterve di gol. Altro bingo.

Insieme, invece, i due direttori hanno messo un altro tassello decisivo: a poche ore dall’infortunio di Provedel, col mercato invernale già ai titoli di coda, Accardi ha individuato Gabriel come candidato ideale e Butti ha sfruttato i suoi rapporti con lo stato maggiore del Milan (con Fassone e Mirabelli ha lavorato, per anni, all’Inter) per spianare la strada. Terzo bingo.

Una grande coppia, insomma. E, quindi, non si può non dare il merito a chi questi “gemelli diversi” li ha voluti e messi insieme: il presidente Fabrizio Corsi.

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