Meteo
«Addio alle gare ma il canottaggio è la mia vita»
Il campionissimo svela i motivi della sua scelta «Non ero più al top e non sentivo la “fame”»
LIMITE SULL’ARNO. «Ho impiegato molto tempo a prendere questa decisione e rimpianti al momento non ne ho. Devi essere onesto con te stesso. Mi sono reso conto di non avere più la “fame” di un tempo, di non essere più al top a livello fisico e mentale. Così ho deciso di dire basta con le competizioni».
A 37 anni, di cui 20 passati con la maglia della nazionale addosso, Lorenzo Carboncini ha chiuso la carriera nel canottaggio, o almeno quella da canottiere. Lo ha annunciato ufficialmente durante la festa dell'Epifania della Canottieri Limite. Quattro Olimpiadi con l'argento a Sydney 2000 nel quattro senza, undici titoli italiani, tredici medaglie mondiali e due europee. Un curriculum strepitoso che ne ha fatto il campione più medagliato del nostro territorio.
Nel 2013 l'ultima gara ufficiale a livello nazionale, senza troppe pretese. Poi, appunto, la decisione di lasciare le competizioni. Una decisione che ha maturato in un tempo molto lungo.
«In effetti sì, non è stato semplice, ma adesso non ho rimpianti e penso di aver fatto la scelta giusta. Voglio stare con la mia famiglia. Nel corso dell'ultimo anno ho avuto sensazioni fisiche e mentali che mi hanno portato a prendere questa decisione. Per carattere sono uno che dà sempre il 100% in allenamento e in gara, negli ultimi tempi mi sono reso conto di non avere più le stesse motivazioni anche a causa di alcuni problemi fisici. Ho capito che dovevo chiuderla qui».
Insomma, il record della quinta Olimpiade a Rio resterà un sogno per lei e per gli appassionati
«Non ho mai gareggiato per battere i record a tutti i costi, non mi interessa. Quando lotti per qualcosa devi esserne convinto e io adesso non sono più al top».
Ma non lascerà il canottaggio?
«Assolutamente no. Il canottaggio è stata e sarà ancora la mia vita. Avrò il ruolo di direttore sportivo nella Canottieri Limite, darò un sostegno agli attuali allenatori. Sarà un piacere più che un lavoro. Ho gareggiato per il gruppo sportivo Fiamme Oro e di fatto sono ancora in Polizia, chiederò di essere avvicinato a casa per stare vicino alla mia famiglia».
Si ricorda la prima volta che conobbe il canottaggio e la Canottieri Limite?
«Certo. I miei genitori avevano un negozio di ferramenta a Empoli. Un giorno Renzo Borsini, che poi sarebbe diventato il mio allenatore, entrò e mi propose di provare il canottaggio. Mio padre era un uomo alto e robusto e Renzo capì subito che anche io potevo diventare come lui. E che il canottaggio poteva essere il mio sport. Era il 1985, avevo nove anni».
I primi tempi non furono facili però...
«È vero. Feci una prima uscita in barca nel 1986 a Firenze iniziando la trafila nelle giovanili. Devo dire che fino agli Juniores ho sofferto perché rispetto agli altri ragazzi dovevo maturare molto fisicamente. Le soddisfazioni vere iniziarono ad arrivare nel 1993 con il primo raduno nazionale Junior e poi arrivò anche il primo mondiale. Da allora la Nazionale non l'ho più lasciata, ho girato il mondo anche se in realtà ho visto pochissimo. Non ho mai avuto il tempo di approfondire le città e i paesi che visitavo a causa degli allenamenti e delle gare. Ma la sensazione di stare in nazionale è unica, far parte di un gruppo che parla dialetti diversi ti fa capire di essere immerso in qualcosa molto più grande di te».
A 20 anni la prima Olimpiade: che ricordi ha?
«Quella di Atlanta fu una prima esperienza che ricordo più come una sorpresa. Ero un ragazzino e stavo su una barca nuova come l'otto che non andò benissimo. A Sydney fu tutta un'altra cosa».
Il momento più alto della sua carriera?
«Venivo da alcuni anni di importanti medaglie a livello mondiale, ero cresciuto molto e come nazionale ci presentavamo da protagonisti. Centrammo la finale nel quattro senza e avevamo di fianco l'equipaggio inglese del mito Steve Radgrave. Io e gli altri (Valter Molea, Riccardo Dei Rossi e Carlo Mornati, ndc) partimmo in sordina, poi ci fu un gran recupero. Stavamo bene e se avessimo avuto 100 metri in più chissà che non avessimo vinto l'oro davanti agli inglesi. Oggi dico ancora che quella è stata più una medaglia d'oro persa che un argento vinto».
Cosa ricorda di quell'esperienza?
«Le emozioni del podio, i boati del pubblico, quella sensazione di stanchezza mista all'adrenalina che mi ha accompagnato poi in tutte le gare della mia vita e mi mancherà moltissimo. Dopo la gara di Sydney ricordo di aver telefonato al mio tecnico Renzo Borsini e alla mia famiglia. E poi la festa a Limite. Tornai a casa dopo un po' di tempo, pensavo che l'entusiasmo fosse scemato e invece fu bellissimo vedere tanta gente in piazza per me».
Poi la delusione di Atene.
«L'esclusione da quei giochi è difficile ancora oggi da mandare giù. Fu una scelta del commissario tecnico molto discutibile, nel 2004 avevo 28 anni, era uno dei miei anni migliori. La spedizione della Nazionale in Grecia fu un mezzo flop, in compenso mi presi la rivincita vincendo il mondiale nel quattro con».
E le altre Olimpiadi?
«Pechino e Londra invece sono state esperienze diverse Il 2008 fu un anno in cui non riuscimmo, come squadra, ad avere continuità e l'esperienza si concluse con un undicesimo posto nel quattro senza. A Londra, invece, io e Niccolò Mornati nel due senza abbiamo dato veramente tutto. Stavamo molto bene, non avevamo mai saltato un giorno di allenamento e il quarto posto ancora oggi ci sta un po' stretto. Mi è dispiaciuto soprattutto per Mornati, che non ha mai vinto una medaglia olimpica e se la meritava tutta per il grande campione che è».
Ventotto anni di carriera, venti spesi in nazionale. Qual'è il segreto?
«Credo sia stata la mia grande voglia di rialzarmi sempre dopo una sconfitta. Le sconfitte hanno influito sulla mia carriera più delle vittorie, sono quelle che mi hanno permesso di andare avanti, dare tutto, non mollare e pormi obiettivi sempre più alti. E quando raggiungi un obiettivo che sembrava impossibile è una sensazione straordinaria. E poi mi piace sempre ascoltare gli altri, imparare dagli altri. Oggi mi capita di andare in barca con dei ragazzi e chiedere io a loro di farmi vedere ciò che sanno fare. Ascoltare e prendere il positivo dagli altri e un valore che reputo molto importante».
Alla festa della Canottieri, annunciando l’addio, si è commosso.
«È stato inevitabile, mi sono sentito abbracciato e stimato da tantissime persone. Alla Canottieri sono nato e cresciuto agonisticamente, ho condiviso tutto. Ho conosciuto Renzo Borsini che per me è stato un tecnico, uno psicologo, un prezioso consigliere, un secondo padre. Ho appreso i valori del sacrificio e ho conosciuto uno sport dove il talento non basta. Serve allenarsi molto, moltissimo. Giorni e settimane intere. E soprattutto ho capito che i campioni veri non sono necessariamente coloro che vincono, ma lo sono ancora di più quelli che continuano ad allenarsi sempre e comunque anche dopo una sconfitta».
Consigli a chi inizia?
«Devono pensare soprattutto a divertirsi. Se poi vogliono insistere devono allenarsi tanto. Nel canottaggio il talento da solo non basta».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
