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«Io, il calcio e la mia fede in Dio»

David Biuzzi
L’ultimo gol di Eder su calcio di rigore realizzato nella partita con il Vicenza
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L’ultimo gol di Eder su calcio di rigore realizzato nella partita con il Vicenza

Il talento brasiliano racconta il suo rapporto con la religione da buon cattolico praticante

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EMPOLI. La palla che gonfia la rete, la gioia che si manifesta sempre nello stesso modo: le dita puntate verso il cielo, lo sguardo verso l'alto. I tifosi dell'Empoli hanno imparato a conoscere questa scena. E' quella che accompagna le prodezze di Citadin Martins Eder e che in questo primo scorcio di stagione è già stata vista 9 volte.

Ogni gol ha una dedica speciale. E' rivolta in alto, molto in alto, perché il ragazzo di Lauro Muller ha un rapporto speciale con la religione. No, non è un "atleta di Cristo" come tanti suoi connazionali, ma più semplicemente un cattolico. Anzi, un cattolico osservante e praticante come ormai ce ne sono pochi in Italia. «E' vero - conferma - sono cattolico e per me è normale esserlo. Fin da piccolo ho sempre praticato la mia religione. Mia madre è stata la prima a portarmi in chiesa e cerco di farlo il più spesso possibile».

Ma niente a che vedere con gli "Atleti di Cristo", giusto?
«Esatto. Anche perché loro sono evangelici, non cattolici. È un'altra religione, con altri obblighi. Molti di loro, come Kakà o Lucio, devono versare il 5% dei loro guadagni alla loro chiesa (e la "Renascer em Cristo", quella di Kakà, in Brasile è pure finita sotto inchiesta, ndr). Io faccio beneficenza per mia libera scelta».

Quindi non indossa la maglietta "Io appartengo a Gesù" come Kakà?
«No. Non ho bisogno di una maglietta per sentirmi vicino al Signore».

E neanche deve arrivare vergine al matrimonio...
«Diciamo che non ho di questi problemi».

Fatte le dovute distinzioni, ci racconti come vive la sua religiosità.
«Pregando tutte le volte che posso e andando in chiesa più spesso che posso. Tra allenamenti e partite capita meno di quanto vorrei. Però almeno due volte a settimana cerco di andare a Messa».

Quale chiesa frequenta?
«A Empoli vado spesso alla Madonnina del Pozzo (in piazza della Vittoria, ndr). Lo facevo anche durante la mia prima esperienza qui».

Cosa significa, per lei, essere cattolico?
«Non saprei. Perché semplicemente io sono così. Sono sempre stato così».

Ma le è di aiuto?
«Di grandissimo aiuto. Non ti senti mai solo. E per me è stato importante soprattutto quando sono arrivato qui a Empoli. Ero un ragazzino, ero a migliaia di chilometri da casa e senza l'aiuto del Signore sarebbe stato molto difficile».

Si sente anche più vicino alla famiglia?
«Certo. Io ho un legame speciale con i miei (sul corpo ha tatuati i volti di mamma e nonna, ndr) e la religione si unisce, ci unirà per sempre. E poi ogni volta che chiamo casa mia madre mi ricorda di pregare e di andare in chiesa».

Ma cosa chiede a Dio?
«A Dio non si chiede niente. Dio si ringrazia per tutto quello che ci ha dato. Io lo ringrazio perché col suo aiuto ho coronato il sogno di diventare calciatore professionista».

Ma se in campo sente una bestemmia o una parolaccia come reagisce?
«Ogni tanto una parolaccia scappa pure a me...».

Ultima cosa: nel 2010 pregherà ancora a Empoli?
«Penso proprio di sì. Con Vitale siamo d'accordo: terminerò la stagione qui e poi, insieme, decideremo cosa fare puntando a ottenere il meglio per me e per la società».

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