EMPOLI SPORT
«Meno fronzoli, serve la sostanza»
David Biuzzi
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A sinistra la delusione degli azzurri dopo uno dei tre gol incassati in casa del Torino; qui sopra la rete dell’ex Mastronunzio nella sconfitta patita in casa dell’Ancona e, a destra, le proteste dei giocatori dell’Empoli a Modena per un calcio di rigore a favore non accordato dall’arbitro Peruzzo di SchioIn casa Empoli La terza sconfitta fuori casa lascia l'amaro in bocca «E' una questione di mentalità e non di modulo»
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EMPOLI. Proprio come Gregor Samsa, il personaggio figlio del genio e della penna di Franz Kafka. Già, l'impiegato che si trasforma in uno scarafaggio è l'immagine che fotografa quello che succede all'Empoli appena gioca lontano dalle mura amiche del Carlo Castellani.
Lo dicono risultati e numeri. Ma anche le prestazioni. Come una metamorfosi da uomo a scarafaggio, insomma. Soltanto che qui non siamo di fronte al capolavoro di un grande della letteratura ma, più prosaicamente, a una squadra di calcio. Difficile capire i motivi, anche se una certezze Sasà Campilongo ora ce l'ha. «E' una questione di mentalità - assicura il tecnico - perché fuori casa ci vuole più voglia, più sostanza. Noi, invece, abbiamo un approccio un po' così e, tanto per gradire, alla prima difficoltà finiamo per scioglierci definitivamente».
Come a Modena.
«Dove abbiamo buttato via decine di palloni con lanci lunghi che serviranno solo ad esaltare la forza fisica dei loro difensori. Eppure, col Frosinone, avevamo segnato proprio grazie ai fraseggi. Un cambiamento così, in pochi giorni, si può spiegare solo per una questione di mentalità».
Più nel dettaglio cosa c'è che non va.
«Semplice: dovremmo giocare in trasferta come in casa. Invece sembra che ci sia un Empoli A e un Empoli B. Nel nostro campo siamo corti, aggressivi, giochiamo a calcio. Ma, in trasferta, facciamo l'esatto contrario mettendoci anche qualche "fronzolo" di troppo».
Mancanza di personalità?
«Esatto. Alcune lacune le abbiamo, sono congenite. Il fatto di avere una squadra molto giovane, ad esempio, porta a questi alti e bassi. A Modena avevamo dei problemi in difesa (il reparto più corto anche a livello numerico dopo la cessione di Piccolo, ndr) e sapevamo di poter soffrire. Ma questo non significa che centrocampo e attacco debbano far male».
Inutile parlare di tattica, dunque?
«No, è utile. Nel senso che questo non è il momento di cambiare modulo. Il 4-3-1-2 può esaltare le nostre qualità, come col Frosinone, e su questo dobbiamo insistere. Cambiare potrebbe togliere altre sicurezze ai ragazzi e quindi peggiorare ulteriormente la situazione».
Eppure la storia della trasferte, con la prova di Torino, non era iniziata poi tanto male.
«Ma forse è proprio quella partita che ha finito per farci del male. Per 60 minuti abbiamo giocato con personalità e coraggio, ma alla fine abbiamo perso 3-0 e questo può aver fatto scattare qualcosa nelle teste dei giocatori».
Ma come se ne esce?
«Con il lavoro. Col turno infrasettimanale ci siamo allenati meno su certe situazioni e anche questo ha avuto il suo peso. Poi sono convinto che basti poco, forse anche un solo episodio, per far scattare la molla giusta. Ora, però, dobbiamo pensare alla partita col Cittadella perché vogliamo e dobbiamo riscattarci subito».
Lo dicono risultati e numeri. Ma anche le prestazioni. Come una metamorfosi da uomo a scarafaggio, insomma. Soltanto che qui non siamo di fronte al capolavoro di un grande della letteratura ma, più prosaicamente, a una squadra di calcio. Difficile capire i motivi, anche se una certezze Sasà Campilongo ora ce l'ha. «E' una questione di mentalità - assicura il tecnico - perché fuori casa ci vuole più voglia, più sostanza. Noi, invece, abbiamo un approccio un po' così e, tanto per gradire, alla prima difficoltà finiamo per scioglierci definitivamente».
Come a Modena.
«Dove abbiamo buttato via decine di palloni con lanci lunghi che serviranno solo ad esaltare la forza fisica dei loro difensori. Eppure, col Frosinone, avevamo segnato proprio grazie ai fraseggi. Un cambiamento così, in pochi giorni, si può spiegare solo per una questione di mentalità».
Più nel dettaglio cosa c'è che non va.
«Semplice: dovremmo giocare in trasferta come in casa. Invece sembra che ci sia un Empoli A e un Empoli B. Nel nostro campo siamo corti, aggressivi, giochiamo a calcio. Ma, in trasferta, facciamo l'esatto contrario mettendoci anche qualche "fronzolo" di troppo».
Mancanza di personalità?
«Esatto. Alcune lacune le abbiamo, sono congenite. Il fatto di avere una squadra molto giovane, ad esempio, porta a questi alti e bassi. A Modena avevamo dei problemi in difesa (il reparto più corto anche a livello numerico dopo la cessione di Piccolo, ndr) e sapevamo di poter soffrire. Ma questo non significa che centrocampo e attacco debbano far male».
Inutile parlare di tattica, dunque?
«No, è utile. Nel senso che questo non è il momento di cambiare modulo. Il 4-3-1-2 può esaltare le nostre qualità, come col Frosinone, e su questo dobbiamo insistere. Cambiare potrebbe togliere altre sicurezze ai ragazzi e quindi peggiorare ulteriormente la situazione».
Eppure la storia della trasferte, con la prova di Torino, non era iniziata poi tanto male.
«Ma forse è proprio quella partita che ha finito per farci del male. Per 60 minuti abbiamo giocato con personalità e coraggio, ma alla fine abbiamo perso 3-0 e questo può aver fatto scattare qualcosa nelle teste dei giocatori».
Ma come se ne esce?
«Con il lavoro. Col turno infrasettimanale ci siamo allenati meno su certe situazioni e anche questo ha avuto il suo peso. Poi sono convinto che basti poco, forse anche un solo episodio, per far scattare la molla giusta. Ora, però, dobbiamo pensare alla partita col Cittadella perché vogliamo e dobbiamo riscattarci subito».
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