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La decisione

Montelupo, un anno nei campi di sterminio: «No al risarcimento agli eredi» – Perché la richiesta è stata respinta

di Danilo Renzullo

	Il campo di concentramento di Mauthausen dove furono deportati anche numerosi civili dell’Empolese Valdelsa, tra cui un uomo di Montelupo
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Il campo di concentramento di Mauthausen dove furono deportati anche numerosi civili dell’Empolese Valdelsa, tra cui un uomo di Montelupo

I nipoti dell’uomo, prelevato dai nazisti dalla sua casa di Montelupo all’età di 48 anni, hanno presentato una richiesta di indennizzo per crimini contro l’umanità: pochi giorni fa è arrivato il no del Tribunale di Firenze

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MONTELUPO. «Nessun risarcimento è possibile». È quanto stabilito dal Tribunale di Firenze, seconda sezione civile, che ha respinto la richiesta di risarcimento per crimini contro l’umanità avanzata dei discendenti di un uomo di Montelupo, padre di tre figli, deportato dai nazisti nei campi di concentramento in Germania e uno dei pochi sopravvissuti alle barbarie naziste.

Il giudice ha negato il riconoscimento del «danno subito dai rispettivi genitori (dei richiedenti, ndr) per la totale e violenta privazione della figura paterna protrattasi per 14 mesi e per aver vissuto anche di riflesso il dolore dei congiunti», in quanto «manca la prova in ordine alla successione per via ereditaria».

Residente a Montelupo, dove lavorava come barbiere, l’uomo, all’età di 48 anni, nella notte tra il 7 e l’8 marzo del 1944 venne prelevato dalla sua casa di Montelupo dalla polizia nazifascista per essere accompagnato alla caserma dei carabinieri perché convocato dal maresciallo.

«Il vero scopo di quel prelievo coattivo era un programma di rastrellamento che prevedeva un tributo di uomini anche dalla città di Montelupo – ricostruisce la sentenza –. Infatti, a cavallo tra la fine del febbraio e i primi giorni di marzo del 1944, i sentimenti di rivolta alla guerra della popolazione italiana si intensificarono e portarono a grandi scioperi in tante importanti città. La grande mobilitazione non passò inosservata, tanto che il regime nazista, per decisione diretta del Fuhrer, organizzò un’operazione di rastrellamento in rappresaglia. L’ordine prevedeva che il 20% degli scioperanti venisse immediatamente deportato in Germania e messo a disposizione per essere avviato al lavoro».

Al termine delle operazioni vennero prelevati a Montelupo e condotti in caserma 21 uomini, tra cui il barbiere 48enne. «Da lì – prosegue la ricostruzione – furono portati a Firenze, prima a Villa Triste, sede della sezione di polizia politica tedesca, poi in piazza Santa Maria Novella, alle Scuole Leopoldine, nei cui locali era stato istituito il centro di raccolta. Vennero quindi tutti trasferiti alla vicina stazione ferroviaria di Firenze ed assieme ad un centinaio di altre persone caricati in un vagone bestiame. Il primo pomeriggio dell’8 marzo aveva inizio la deportazione. Dal binario 6 della stazione di Santa Maria Novella partiva il trasporto denominato “Firenze-n.32”, con destinazione Mauthausen». Il 25 marzo, il 48enne venne trasferito al sottocampo di Ebensee e costretto a lavorare «per 14-15 ore al giorno, in condizioni di prigionia» per oltre un anno, fino al 6 maggio 1945 quando «una volta liberato, fu uno dei pochi che riuscì a tornare dalla sua famiglia».

Il giudice ha respinto la richiesta risarcitoria in quanto «manca la prova in ordine alla successione per via ereditaria», ma il giudice ha respinto anche la motivazione di «aver avuto vicini genitori e nonni fortemente turbati dalle violenze subite», in quanto gli eredi hanno «potuto beneficiare della presenza del nonno – rientrato dalla deportazione nel 1945 – e di una famiglia interamente ricostituita nei suoi affetti».

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