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Addio al poeta Giacomo Dara: colto, anarchico e irriverente

Marco Pagli
Addio al poeta Giacomo Dara: colto, anarchico e irriverente

Autore di numerosi libri, di recente aveva curato una mostra sul fratello che era un pittore  

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EMPOLI. Un malore si è portato via Giacomo Dara, 63enne poeta empolese. Anarchico e libertario, era molto conosciuto in città. Per diversi anni aveva lavorato per Publiser all’interno della piscina comunale di Empoli, ma la sua prima occupazione era sempre stata la poesia. Fin dal 1972, quando aveva cominciato a scrivere per non fermarsi più. Curioso, colto, irriverente. Tantissime erano le amicizie e i legami che aveva coltivato durante gli anni. Era rimasto legatissimo al fratello Francesco Dara, pittore scomparso in giovane età, e negli ultimi anni aveva raccolto le sue opere e promosso una mostra in sua memoria. Affetto da una malattia genetica del sangue, che lo accompagnava dalla nascita, Giacomo Dara amava la vita come pochi sanno farlo. Un amore che sapeva di libertà e che traboccava dalle pagine dei suoi libri. Tantissime le pubblicazioni uscite nel corso degli anni. Dalla prima, “Essenza Umana” all’ultima “Essere Fumo”, uscita nel 2018. Passando per “Delirium Tremens”, due canzonieri, “Donna Luna”, “Exodus”, “Von Mund Zu Mund” e “Rami d’aspra dolcezza”.

Era legato a doppio filo con la sua città, Empoli, dove era nato e cresciuto e nella quale era tornato dopo una parentesi trascorsa a Certaldo. «Qualche tempo fa, mi chiesero seriamente a che punto fossi a proposito del vecchio problema dell’immortalità dell’anima - aveva scritto in occasione di una sua presentazione - risposi scherzando, riempiendo d’autoironia una panda, in sintesi, così: “L’importante è credere, in cosa è questione di gusti”. Certo, io credo e il mio modo è la poesia, uno stile povero, istintivo. Insomma, dal mio credere nasce la mia scrittura con le sue diverse sperimentali tonalità. Per me fare poesia è aprire le porte del desiderio e il mio abbandono diviene, proprio per questo, totale, una richiesta assoluta, o, per dir meglio, richiesta di Assoluto. Io credo di essere sempre stato fedele ad Empoli, il luogo che mi ha fatto crescere e che ho fatto crescere, alle sue Campagne, alle Piazze, ai Vicoli stretti, alle Case coi pianerottoli ingombri di biciclette, alle Case del Popolo, alle Vetrerie, alle Confezioni».

Insieme ad altri amici e compagni era stato un animatore di quel luogo di ritrovo mitico che era il centro sociale Unicoop, che si trovava proprio sopra la Coop in via della Repubblica. Esponente di una Empoli che non c’è più e che con lui perde un pezzo importante della sua storia. Nel dicembre del 1977 aveva partecipato all’occupazione della ex Pretura di Empoli e aveva contribuito alla realizzazione del dossier “E quell’occupazione fu rivolta, fu rivoluzione” sui 40 anni da quell’evento, uscito nel 2017 e curato dal Centro studi Pietro Gori e dalla Federazione anarchica empolese. Il malore, pochi giorni prima della morte, è avvenuto proprio durante una conferenza (“Incontri di filosofia”), a cui partecipava insieme ad alcuni amici e che si teneva all’interno della biblioteca comunale di Signa. Giacomo Dara lascia la madre Giuseppina, il fratello Massimo, la cognata Barbara e i nipoti Lorenzo e Dolma.

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