«La mano robotica mi ha restituito la vita»
Martina Trivigno
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Marco Zambelli mostra la mano robotica (Foto Carlo Sestini)Marco Zambelli, 60 anni, di Sant’Agata Bolognese, ha perso l’arto destro dopo un infortunio sul lavoro all’età di 16 anni
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VINCI. Marco Zambelli, 60 anni, vive a Sant’Agata Bolognese. Era un ragazzino quando, a 16 anni, in un infortunio sul lavoro perse la mano destra. Il dolore, prima. Poi l’amputazione di quell’arto che gli ha cambiato la vita per sempre. «Eppure io sono la dimostrazione che nella vita c’è sempre una seconda possibilità. E questo grazie alla mano robotica “Hannes”», commenta Zambelli con il suo marcato accento bolognese.
Non è da solo, nel Museo Leonardiano, a Vinci. Davanti a lui, un gruppo di studenti dell’Istituto di formazione superiore “Ferraris-Brunelleschi” di Empoli che ascoltano, concentrati, il racconto dell’uomo. Di quella rinascita – quasi una nuova vita – che ha iniziato nel 2014. Da quando, in sostanza, ha “indossato” una protesi (la mano “Hennas”, appunto) in grado di restituire il 90% delle funzionalità perdute alle persone – come Zambelli – che abbiano subito l’amputazione di un arto. Un team di studiosi del Centro protesi Inail Vigorso di Budrio e dell’Istituto italiano di tecnologia di Genova si è messo al lavoro. Ricerca e innovazione al servizio dell’uomo. Da quel sogno del Genio di Vinci che, con i suoi disegni, molto ha dedicato agli studi dell’anatomia umana fino alla nascita di dispositivi robotici per persone con disabilità. Un collegamento ideale – nel cinquecentenario della morte di Leonardo – con gli incredibili passi da gigante che la scienza e la ricerca sono riuscite a compiere.
«Leonardo, nel Rinascimento – spiega la vicesindaca di Vinci, Sara Iallorenzi – è stato un inventore che ha fatto, tra l’altro, disegni sull’ingegneria sperimentale, oltre che sull’anatomia. E in questo modo che si mettono in collegamento un’eccellenza moderna con una del Rinascimento».
«A 16 anni ho perso la mano destra – racconta Zambelli – ho avuto protesi tridigitali, ma cercavo di fare tutto il possibile con la mano sinistra. Poi, nel 2014, ho partecipato al progetto di trasformazione di una mano robotica in una protesi. Sono stato il primo a essere coinvolto nella sperimentazione e qui, per me, è arrivata un’importante svolta».
«Quella “Hannes” è una mano protesica poliarticolata – spiegano Emanuele Gruppioni, direttore tecnico dell’area ricerca e formazione del Centro protesi Inail di Budrio, e Matteo Laffranchi, coordinatore ricerca e sviluppo dell’Iit di Genova – che conserva le caratteristiche della morbidezza e pure della capacità di adattarsi alla forma degli oggetti che afferra. I suoi movimenti, inoltre, sono equiparabili a quelli di una mano umana».
«Le dita – proseguono i ricercatori – sono in grado di piegarsi e il pollice può assumere tre diverse posizioni, replicando un’ampia varietà di prese e garantendo, al tempo stesso, precisione e velocità di movimento. Ma la grande novità della mano “Hannes” è che è in grado di riprodurre movimenti equiparabili a quelli di una mano umana, senza che venga percepita come un corpo estraneo, ma come una parte di sé».
Tutto questo, insomma, ha consentito a Marco Zambelli di condurre, negli ultimi anni, una vita normale.
«È cambiato qualcosa nella mia vita – sottolinea – da quando ho iniziato a condividere le attività tra la mano sinistra e la destra, come fossero tutte e due “naturali”».
«Il mio ringraziamento va agli studiosi che, con il loro lavoro di ricerca, hanno consentito di raggiungere, attraverso la tecnologia, un risultato così grande. Mi rivolgo quindi agli studenti: voi che siete il futuro studiate e cercate di essere utili alla società. Grazie alla mano Hannes, infatti, mi sono riappropriato di una parte della mia vita che era venuta a mancare per via dell’infortunio».
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