Il presidio
Bambini africani giocano al calcio indossando maglie di squadre empolesi
Una giovane di Marcignana le ha fatte avere ai piccoli masai insieme ad altri aiuti per ospedali, scuole e orfanotrofi
EMPOLI. Immaginate bambini masai giocare a calcio ma che, oltre a indossare maglie di squadre blasonate, si sfidano con mute come quelle dell'Avane o del Giglio Rosso di Pozzale. Questo succede grazie a una bella storia che parte da Empoli, o meglio dire da Marcignana, dove vive Cassandra Calugi, una 32enne che nella vita di lavoro fa il tecnico della prevenzione, con una grande passione per l'ecologia e i diritti sociali.
Da alcuni anni, assieme ad altre azioni che porta avanti con l'associazionismo locale, si spende in prima linea per sostenere le attività di alcune comunità masai situate nel sud del Kenya e della Tanzania. L'ultima, in ordine di tempo, è stata proprio il reperimento di abbigliamento sportivo affinché anche i ragazzi kenyoti di Kajiado potessero tirare due calci a un pallone sognando di giocare per una squadra europea. Ecco dunque che Cassandra si è mossa coinvolgendo amici, associazioni come Lilliput, nella quale opera come volontaria del servizio Nonlobuttovia, e altre realtà locali per mettere assieme questo speciale vestiario e spedirlo nel paese africano.
Per tutta risposta, le sono arrivate foto e video direttamente dai masai di partite disputate con le casacche delle formazioni empolesi. «Con loro ci teniamo in contatto con Whatsapp – racconta – perché seppure questi popoli inizino ad avere accesso alle tv e al web, cogliendo i vizi della nostra società, d'altro canto subiscono continue aggressioni da parte dell'Occidente. Penso ai cambiamenti climatici che hanno inaridito i loro terreni e interrotto i fiumi nei punti meno profondi, provocando pozze stagnanti e situazioni in cui le acque non sono salubri».
Cassandra ha iniziato questo ponte con l'Africa sudorientale tre anni fa con un campo di volontariato promosso da una onlus bolognese. «Quella dei masai è una comunità che mi ha cambiato la vita e mi ha sorpreso – prosegue la giovane marcignanese – e dopo la prima esperienza ho continuato da sola assieme alle persone con cui sono entrata in contatto. In questi anni ci sono tornata altre tre volte, conoscendo scuole come la Saint Marks Academy di Kajiado in Kenya e la Black Stone di Arusha in Tanzania».
L'ultimo viaggio è stato tra aprile e maggio scorsi e fu lì che, tra i vari desideri, c'era quello di dare ai bambini di Kajiado il sogno di vestire una maglia da calcio, fino a organizzare la spedizione nelle scorse settimane.
«In primis queste persone avrebbero bisogno di soldi – dichiara Cassandra Calugi – ma quelli non riesco a fargli avere, ciò che riesco a fare, compresi i viaggi in loco, è grazie al mio stipendio. I “mzungu”, ovvero gli uomini bianchi, sono spesso associati alla parola “money”, per cui la gente del posto ti ferma e pensa che tu possa avere dei soldi da dare. Piano piano, conoscendo realtà come ospedali, scuole e orfanatrofi, ho trovato il modo di avviare direttamente dei progetti e avere un contatto con le persone, in modo da fare pervenire gli aiuti senza alcun tramite». —
Daniele Dei
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