Il Tirreno

Empoli

Recuperati in 2 anni 5.300 posti di lavoro

Marco Pagli
Un'azienda del settore tessile (foto d'archivio)
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Un'azienda del settore tessile (foto d'archivio)

I dati dell’osservatorio della Cgil dell’Empolese Valdelsa: «Merito di aziende strutturate e che lavorano con l’estero»

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EMPOLI. Alcuni segnali di ripresa negli ultimi anni si erano intravisti. Ma i numeri che arrivano dall’osservatorio della Cgil di zona certificano una situazione che va oltre le aspettative. Negli ultimi anni – e a partire dalla seconda metà del 2015 in particolare – la crescita occupazionale è stata sostenuta rispetto agli anni bui della crisi. Tanto che solo nell’area empolese si è assistito ad un aumento di occupati di 5.300 unità.Molti di questi posti di lavoro in più sono stati creati dalle aziende più strutturate che operano sul territorio, ma il passo lo ha marcato anche la manifattura che nell’ultimo periodo ha fatto un balzo recuperando circa duemila posti. L’abbigliamento sembra essere il principale bacino da cui è scaturita la ripresa, ma ottimi risultati sono arrivati anche dal settore chimico-plastico, da quello alimentare e da quello metalmeccanico. «L’area dell’Empolese è ai primi posti per tasso di occupazione rispetto a tutta la Toscana centrale – spiega Paolo Aglietti, coordinatore della Cgil del circondario – il trend positivo degli ultimi anni è frutto anche di una congiuntura economica generale più favorevole, rispetto al passato di crisi che anche questo territorio ha vissuto. Certo, non va dimenticato che a confronto con altre zone qui lo scoppio della bolla speculativa ha portato in dote minori contraccolpi, anche se ovviamente non è passato indenne. Il dato più importante riguarda, appunto, la ripresa occupazionale: 5.300 addetti in più in pochi anni».

Come dicevamo la manifattura ha giocato un ruolo fondamentale. «Solo nel manifatturiero c’è stato un recupero di 2.000 unità – prosegue Aglietti – segno che le piccole imprese empolesi stanno nel complesso bene e che hanno saputo rispondere alle difficoltà adottando le ricette giuste. Prima fra tutte scommettere sui mercati internazionali. Tanto che le aziende che si sono limitate al mercato interno sono quelle che hanno sofferto e continuano a soffrire maggiormente».Andando a guardare il dettaglio dei settori, possiamo vedere come il più attivo è quello dell’abbigliamento e della moda. Gli occupati in questo comparto sono arrivati a quota 9mila e buona parte dell’aumento del manifatturiero si è concentrato proprio nel tessile. Ma quest’ultimo non è l’unico settore che fornisce segnali di vitalità: nel chimico-plastico sono attualmente impiegati circa 1.500 addetti, mentre in quello alimentare e in quello metalmeccanico 1.300 ciascuno. Numeri importanti, che hanno fatto arrivare a 15mila i dipendenti nel comparto privato ovvero i 2/5 del totale. Ma in un quadro del genere non mancano le note dolenti. È il caso, ad esempio, del settore del legno e delle cornici o quello calzaturiero. Qui si è registrato un trend negativo in termini di posti di lavoro, anche se le imprese che finora hanno resistito stanno avendo un andamento nel complesso positivo. «Tutti questi dati indicano un miglioramento della situazione – argomenta ancora il coordinatore della Cgil – ma non possono sgombrare il campo dalle preoccupazioni che ancora permangono. Il fatto che molte aziende abbiano intrapreso in maniera preponderante la strada dell’export le espone in questa fase al pericolo legato al rallentamento dell’economia mondiale e alle crisi sui mercati internazionali, senza contare gli interrogativi posti dalle politiche sui dazi».

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