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Modric, dalla guerra al Pallone d’oro grazie anche al talent toscano
L’attuale dg dell’Empoli, Pecini, scoprì Modric nel Mostar portandolo al Tottenham: «Un premio meritato, lui è la testimonianza di come, anche nel calcio, la testa conti più di tutto»
EMPOLI. Ci sono tante storie dentro quel Pallone d’oro baciato e alzato al cielo da Luka Modric. C’è la guerra, quella che ha devastato l’ex Jugoslavia e che gli ha rubato l’infanzia, c’è il talento che vince tutto, c’è lo splendido viaggio di un piccolo profugo diventato grande, il più grande. E c’è anche un pizzico di... Toscana.
Quella di Riccardo Pecini, il cacciatore di talenti di Fivizzano che dopo aver scoperto campioni in tutto il mondo si è preso la poltrona di direttore generale dell’Empoli. Le loro, di storie, si incrociano 15 anni fa, nel 2003. E siccome non sono due banali, non poteva che succedere in un posto speciale: a Mostar, nel cuore della Bosnia. In uno dei luoghi diventati un simbolo di quel terribile conflitto che ha dilaniato popoli e luoghi. Modric, ci era arrivato per giocare nello Zrinjski, in prestito dalla Dinamo Zagabria dopo aver vissuto sulla propria pelle gli orrori della pulizia etnica (il nonno ucciso sotto i suoi occhi, la case in fiamme, la fuga da Zaton e l’arrivo a Zara dove inizia a giocare, sembra con due scarpette trovate nell’immondizia e addirittura i parastinchi di legno), Pecini come talent scout del Tottenham per l’Europa del sud.
Modric ha appena 18 anni, Pecini 25. Il ragazzo, quello che sta in campo, nell’anima ma anche sul corpo risente di quella maledetta guerra. È piccolo, gracile. In molti, anche a Zagabria, pensano che sia troppo debole e proprio per questo lo spediscono in Bosnia. Un campionato storicamente duro, fisico, spigoloso. «Chi gioca lì può giocare ovunque», dirà poi lo stesso asso del Real Madrid. E Pecini nota subito che quel piccoletto è forte. Molto forte. Perché sarà pure gracilino, ma la palla canta quando la tocca lui. Non solo. Il gioco lo vede, lo crea. Insomma il piccoletto è tanta roba. E non ha paura (dopo quello che vissuto figuriamoci se può intimorirlo un avversario sul campo di gioco...). Lo segnala subito alla dirigenza del Tottenham. «Questo ragazzo è pazzesco, va preso. Subito».
Il club inglese, però, ha dei dubbi. Proprio per quelli che sembrano limiti fisici del ragazzo. Ma l’oggi dg dell’Empoli non lo molla. Modric torna alla Dinamo (dove finalmente s’impone ad alti livelli) e Pecini anno dopo anno continua a “martellare” i suoi. Quando finalmente Modric indossa la mitica maglia a scacchi della Croazia il manager Damien Comolli si decide e lo compra: è il 2008 lo paga 21 milioni. Molti di più di quelli che avrebbe speso 5 anni Molti meno (cioè la metà) di quanti ne incassa nel 2012 quando lo cede al Real Madrid.
Le strade del piccolo principe croato e del dirigente, poi, si dividono. Ma un legame resta. È come se quel ragazzino che incantava all’ombra del ricostruito ponte di Mostar sia sempre rimasto negli occhi e nel cuore del cacciatore di talenti. «Non mi entusiasma l’idea di parlare di giocatori di altre squadre – spiega Pecini che, tanto per cambiare, è in giro a cercare i nuovi Modric – ma per Luka sono felice, anzi strafelice. Se lo merita tutto questo premio».
Già. Lo aveva detto, Pecini, anche a fine mondiale parlando di un altro giocatore niente male, Mbappé, che lui prese da ragazzino (al Monaco) e che comunque ha vinto il premio per miglior giovane. «Kylian di palloni d’oro ne vincerà almeno 4 o 5 – disse nei giorni seguenti alla finale del Mondiale – ma quest’anno il premio deve andare a Modric, senza dubbio».
E ora che giustizia (secondo Pecini e non solo...) è fatta, il direttore generale dell’Empoli si concede uno strappo alla sua stessa regola e spiega perché: «Luka è la testimonianza vivente di come, anche nel calcio, la testa conti più di tutto il resto».
E di come, almeno in questa vicenda che sembra una favola, possa battere anche la guerra e i suoi orrori.
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