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Cento anni di avventure dell’artista-partigiano

Cento anni di avventure dell’artista-partigiano

Campelio Pellegrini festeggia il traguardo, partecipò alla liberazione di Bologna e poi aprì un calzificio

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MONSUMMANO. Lui, Campelio Pellegrini, classe 1918, ricorda ogni istante della sua vita. Non fa fatica a ripercorrerla, nonostante il secolo di vita. La sua mente è lucida, lo sguardo vivace, la battuta sempre pronta. È nato a Cerreto Guidi il 24 giugno (anche se all’anagrafe sarà registrato soltanto il giorno successivo) di cento anni fa, Campelio, quando il primo conflitto mondiale stava ormai esaurendosi. Da trent’anni vive in Valdinievole (prima a Montecatini e poi a Monsummano). Un’esistenza non facile, la sua, scandita da dolori e difficoltà, ma pure da tanti momenti felici. E anche gli episodi più tristi li racconta con il sorriso sulle labbra.

«All’età di 13 anni – ricorda – ho iniziato a lavorare in una vetreria. Allora c’era la miseria, si faceva la fame. Non potevamo permetterci di studiare, dovevamo darci da fare». Ma ben presto Campelio si ammala. «Enfisema polmonare, questo il verdetto dei medici – specifica – mi dissero che devo curarmi per non mettere a rischio la mia vita. Avevo una sorella, a Genova. Mi trasferii da lei e lì ho vissuto fino ai 18 anni».

Arriva anche per lui il tempo della leva militare, ma la seconda guerra mondiale è alle porte. «Sono stati quattro, lunghi anni – racconta – poi sono entrato a far parte dell’esercito di Liberazione come partigiano. Ricordo ancora le urla della folla quando, con i canadesi, entrammo a Bologna per liberarla dai nazi-fascisti. Un’emozione troppo grande».

Finalmente fu il momento di tornare a casa, a Cerreto Guidi. E proprio qui conobbe Vilma, sua moglie nonché madre dei suoi due figli. «Venne da Portovenere – spiega – era così giovane e bella. Mi chiese se sapevo suonare “Ciliegi rosa” di Claudio Villa. Per me quello fu l’inizio di una grande amore».

Una sfida nient’affatto difficile per lui, grande conoscitore dell’opera lirica e membro di un’orchestrina che tanto ha regalato al pubblico (sapeva suonare pianoforte, fisarmonica, chitarra e contrabbasso). Un lavoro da dipendente pubblico prima, poi l’impegno politico come consigliere comunale a Cerreto e, infine, la sua più grande soddisfazione lavorativa: l’apertura, nel 1961, del calzificio “Luisella” a Stabbia. Adesso, dopo tante tribolazioni, è il momento di godersi la sua famiglia, a Monsummano. E quando ripensa al passato, ora che ha un secolo di vita sulle spalle, dice: «La mia esistenza è stata un avventura. Ma ho avuto tanta volontà e, soprattutto, una buona dose di fortuna».

Martina Trivigno

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