Il Tirreno

Empoli

Rider empolese in lotta contro i colossi del cibo

di Alessandro Marmugi
Rider empolese in lotta contro i colossi del cibo

Le sue prime battaglie con l’Intifada, ora è a capo dell’Unione dei lavoratori che portano i pasti a casa

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EMPOLI. Il cellulare si illumina, è arrivato il segnale. Ci sono due porzioni di sushi da prendere al ristorante e da consegnare in centro, il prima possibile. Non importa se fuori c’è un temporale che ha allagato le strade. Non importa se il motorino ha le gomme un po’ usurate e si rischia di andare a diritto alla prima curva. Tommy sa che deve fare in tempo, altrimenti quel maledetto, maledettissimo algoritmo lo farà scendere in classifica. E se andrà male, la prossima volta, non toccherà più a lui. Chiameranno un altro rider. Un dramma, perché ogni consegna è vitale, significa portare a casa qualche prezioso spicciolo. Ormai sono diversi anni che Tommaso Falchi fa il fattorino. Ha 28 anni e ha iniziato a fare questo lavoro non appena è sbarcato a Bologna per iscriversi all’università dalla sua San Miniato e dopo anni di attivismo svolto ad Empoli. Ma, consegna oggi, consegna domani, alla fine lo studio è rimasto in stand by e quello che era un modo per pagarsi l’affitto e la facoltà è diventato un lavoro a tutti gli effetti. Anche se chiamarlo così, lavoro, è quasi un insulto. Diritti e tutele praticamente azzerati, con chilometri e chilometri da percorrere in mezzo al traffico per pochi spiccioli. Per questo con i suoi amici e colleghi ha messo su un movimento autonomo, spontaneo, quello che in molti hanno ribattezzato come il sindacato dei fattorini. Si chiama Riders Union e lui ne è il portavoce. Un movimento partito dal basso, da quattro chiacchiere e una birra sotto i portici, nelle serate bolognesi. E che poi è arrivato fino a Roma, nelle stanze del ministro del lavoro Luigi Di Maio. Qui è iniziata una battaglia contro i colossi del cosiddetto food delivery che fatturano centinaia di milioni di euro in tutto il mondo come Deliveroo, Foodora o JustEat. Da qui è partita una battaglia per avere condizioni di lavoro dignitose. Un braccio di ferro all’apparenza impari, Davide contro Golia. Ma qualcosa sta iniziando a cambiare. Falchi e i suoi ci credono. Per sbarcare il lunario, durante il giorno Tommaso porta la spesa nelle case dei bolognesi col furgoncino e la sera, col suo motorino, è rider per le grandi multinazionali che si occupano delle consegne del cibo a domicilio. «Questo è il destino della mia generazione- racconta - lavoro precario tra mille difficoltà per portare a casa uno stipendio minimo. Ma adesso io e gli altri ragazzi vogliamo provare a cambiare le cose». Tommaso e i suoi colleghi-amici ci stanno provando. Vogliono avere dei diritti, non essere pagati a cottimo, ma soprattutto non essere dipendenti di un disumano algoritmo. Anni di attività alle scuole superiori, al Csa Intifada di Empoli, all’università di Pisa prima e di Bologna poi, sono serviti a Tommaso per capire come provare a combattere un mondo del lavoro spietato, crudele, che si dimentica che dentro ad un casco, dietro ad un paio di gambe che pedalano, c’è una persona con un cuore e con un’anima. «Mi sono sempre occupato di politica soprattutto nei centri sociali e a Empoli. Questo mi ha formato molto e oggi mi porto dietro tante importantissime esperienze - racconta ancora Tommaso - mentre studiavo ho iniziato, come fanno tanti ragazzi, a fare le consegne per arrotondare. Poi, piano piano, sono entrato nel settore. Fino a che non è diventato il mio lavoro. Ho un contratto part-time per consegnare la spesa per conto della grande distribuzione e poi nei momenti che mi restano liberi, la sera o all’ora di pranzo, faccio le consegne in motorino. Due lavori che mi permettono insieme di portare a casa uno stipendio minimo in modo, diciamo così, di sopravvivere». È il simbolo di quella che è stata ribattezzata la “generazione 1000 euro”, una generazione di precari che ha dovuto chiudere i propri sogni in un cassetto. Ora però basta, quel cassetto va riaperto, non importa come, questi ragazzi devono provare a crearsi un futuro. Sotto questa spinta è stato creato Riders Union. «Siamo nati per strada – spiega Falchi – è lì che lavoriamo. Parlando abbiamo capito che così non potevamo andare avanti. Siamo partiti in pochi adesso siamo centinaia». «Quando ho cominciato in questo settore eravamo tutti studenti - continua Tommaso - ora non è più così. Per molti questo è un secondo lavoro ma anche una vera e propria occupazione. Ci sono ragazzi di 20 anni ma anche persone di 50 che vogliono ripartire». E allora ecco che tutto non può essere ridotto ad una semplice e asettica app. «A gestirci tutti è un algoritmo. Geolocalizza ognuno di noi e decide chi deve fare la consegna in base alla posizione e ad una ranking». Sì, perché in base alla velocità di consegna viene stilata una vera e propria classifica dei rider. «Mi arriva l'ordine di consegna sul cellulare e io parto. Più sei veloce, quindi più efficiente, più hai possibilità di essere chiamato a fare consegne. La paga è in media dai 5 e i 7 euro all’ora, ma le multinazionali si stanno spingendo verso il cottimo, con compensi da 5 euro all’ora a cui vengono aggiunti 1,20 euro a ogni consegna. L’algoritmo calcola quanto tempo impieghi nel fare la consegna e se sei troppo lento scendi nel ranking e viene chiamato sempre meno. Fino a che non vieni messo da parte. «Questo sistema - continua Tommaso - mette a rischio la nostra sicurezza. Qualche mese fa un collega è andato all’ospedale per un incidente. Potrebbe succedere a me o a chiunque altro. Servono un contratto di lavoro subordinato, un’assicurazione e attrezzature adeguate». Per ottenere tutto questo i ragazzi di Riders Union sono arrivati fino a Roma, fino al governo. «Prima ci ha appoggiato il comune di Bologna che ha chiesto un tavolo di confronto - conclude - Le multinazionali non ci hanno ascoltato così abbiamo deciso di andare a Roma. Vogliamo un lavoro migliore. Vogliamo un futuro migliore. E possiamo prendercelo. Siamo solo all’inizio».

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