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«Noi, vittime di scelte sbagliate» Due settimane per salvare 22 posti
Sciopero e presidio dei 36 dipendenti dell’azienda di cornici che ha ottenuto il concordato tra liquidazione “congelata”, rimborsi fiscali non versati, stipendi arretrati da riscuotere
EMPOLI. La mobilità che incombe per buona parte della forza lavoro e un futuro più che mai incerto. Ieri mattina a Gambassi le temperature erano rigide, a malapena superavano lo zero. Ma gli operai della Albor erano fuori dai cancelli ad onorare le prime 8 di un pacchetto di 24 ore di sciopero lanciate con l’obiettivo di salvaguardare la tenuta occupazionale di un’azienda storica, tra le principali nel settore del legno ancora rimaste in Valdelsa.
Un tempo ci lavoravano in cento, adesso sono rimasti in 36 di cui 22 che rischiano l’uscita. Il prossimo 15 marzo scadrà la procedura di mobilità, annunciata all’inizio dello scorso gennaio dalla proprietà. A meno che non si arrivi ad una soluzione prima. Soluzione che ci sarebbe, ma che al momento prefigurerebbe scenari non certo migliori. L’alternativa alla strada tracciata dall’attuale proprietà, infatti, sarebbe la cessione in affitto di un ramo d’azienda, con un’opzione di acquisto, ad una società romana che si occupa della commercializzazione di cornici.
Tuttavia, la proposta fatta da quest’ultima prevederebbe la riassunzione di soli 14 lavoratori. «Il 6 i vertici di Albor dovranno portare la documentazione in tribunale – spiega Alessandro Lippi della Fillea Cgil – e il giudice deciderà se concedere il concordato in continuità o dare avvio al fallimento. Ci auguriamo che la proprietà richieda il primo e che il tribunale scelga la strada della trattativa, dal momento che il 12 marzo ci sarà un incontro in Regione con i possibili acquirenti. E se il passaggio dovesse concretizzarsi potremmo ricominciare a trattare, vista anche la possibilità di riaprire la partita degli ammortizzatori. I lavoratori sono pronti a tagliarsi l’orario di lavoro e a ragionare sui trattamenti purché sia salvaguardata l’occupazione».
Dopo quattro anni di contratto di solidarietà, e con il taglio della cassa integrazione straordinaria previsto dal Jobs Act, gli ammortizzatori sociali sono finiti. I lavoratori, però, potrebbero tornare ad accedervi nel caso in cui cambi la proprietà. «Da ottobre all’azienda è stato concesso il concordato in bianco – racconta Alberto Chiarugi, un lavoratore Albor – ma a noi mancano ancora tre mesi di stipendio, da luglio a settembre, e il nostro Tfr è congelato. All’appello poi ci mancano anche i rimborsi Irpef del 730, in media mille euro per lavoratore, che l’azienda non ci ha girato. È una situazione surreale perché nonostante tutto il lavoro ci sarebbe». Gli operai denunciano una gestione poco attenta, che avrebbe fatto da apripista ai colpi inferti dalla crisi.
«Da 22 anni lavoro in questa azienda – afferma Marco Bagni, 55 anni – e questa situazione dimostra come il passaggio di generazione alla guida spesso possa avere effetti devastanti. Fino a quando a gestire sono stati i soci fondatori l’azienda è sempre andata in crescita, poi sono arrivati i problemi. Siamo tutti dipendenti con una certa anzianità lavorativa, abbiamo figli a carico, molti di noi hanno mutui e impegni da onorare. E un’azienda che non è una multinazionale e che si dice legata al territorio dovrebbe tenere conto di queste cose». Un racconto simile a quello fatto da Giacomo Becattelli, che di anni in azienda ne ha trascorsi 28. «Avevo sedici anni quando sono stato assunto – dice – allora c’era tantissimo lavoro e anche grandi capacità imprenditoriali che hanno portato negli anni ad ampliare gli spazi e a diversificare la produzione. Ma poi con l’avvicendamento alla guida sono cominciati i problemi: nel 2005 sono arrivati i primi dieci esuberi e a seguire il contratto di solidarietà, fino alla richiesta di mobilità per i due terzi degli occupati». «Eppure noi in questi anni abbiamo fatto sacrifici – attacca Giovanni Leone, un altro lavoratore – abbiamo congelato gli stipendi, rinunciato ai premi di produzione, ci è stata tolta la 14ª e la mensa. Abbiamo chiesto investimenti per rilanciare il lavoro, ma non sono mai arrivati. E ancora non sappiamo di che morte moriremo».
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