Dopo 70 anni trova la famiglia che salvò il padre dal campo nazista
Roberto Pellegrini di Fucecchio è andato in Sassonia dove il genitore rimase prigioniero per più di un anno
FUCECCHIO. “Gino non aver paura”…è parafrasando De Gregori che si potrebbe iniziare a raccontare questa storia. Una storia che nasce sulle colline fucecchiesi, poi attraversa l’Albania e la Grecia. E fa “tappa” in Germania, in un campo di lavoro per prigionieri militari. Ma questa – pur essendo una storia di guerra – è una storia a lieto fine, dove un uomo “comune” scampa alla morte mille volte, per tornare a riabbracciare la sua fidanzata, che poi gli darà due figli. Ed è proprio uno dei due – Roberto – che settant’anni dopo è riuscito a ritrovare i discendenti dei tedeschi che “ospitarono” suo padre. Il quale, a sua volta, contribuì a salvare quei tedeschi dalla furia dei sovietici.
Ma chi è Gino Pellegrini? Gino nasce il 28 settembre 1917, alla Torre, figlio di Settimo, combattente a Caporetto, in una famiglia che ha una fornace. È militare, quando l’Italia entra in guerra: poco prima di potersi congedare, infatti, lo caricano a Barletta e finisce in Grecia. Per lui, quello che doveva essere un giorno di festa, diventa l’inizio di un incubo. Il caporal maggiore del terzo battaglione fanteria (divisione Piemonte), va a combattere sulle montagne. Qui, ribellandosi alle decisioni di un superiore, un giorno sceglie un sentiero diverso, mentre i compagni che erano andati col comandante vengono tutti falciati dalle mitragliatrici.E questa è la prima volta in cui Gino dice “no” al destino. Che però si vendica: subito dopo l’armistizio, Pellegrini viene fatto prigioniero in Grecia e viene deportato in Germania, stipato su un treno merci. I tedeschi gli urlano “Scheiße”, un epiteto offensivo. All’altezza di Sarajevo dei contadini provano a lanciare un po’ di uva e per tutta risposta i nazisti iniziano a sparare. Siamo nel settembre del 43: Gino prima finisce a costruire rifugi antiaerei, poi nel campo di lavoro vero e proprio, ad Hartmannsdorf, Bassa Sassonia. Un campo per graduati nemici, dove all’ingresso c’è una scritta che recita “Qui si entra ma non si esce”. Stalag IV F, questa è la sigla “matematica” del campo: ci sono tanti francesi, che aiuteranno Gino.Lui ha a casa una fidanzata che l’aspetta e con tutto se stesso vuole tornare per riabbracciarla. Ma intanto c’è il campo: Gino manda delle cartoline a casa che – per essere accettate dalla censura – devono tutte iniziare con la frase “la mia salute è ottima” o giù di lì. Oltre alle vessazioni fisiche e al lavoro sfiancante – Gino verrà messo ad una tranciatrice – c’è quindi anche l’umiliazione psicologica, il dover dire “sto bene” a chi si ama di più, quando è l’esatto opposto. Proprio a questo macchinario Pellegrini si taglia una falange: un medico francese – anch’egli prigioniero – lo medica con un coltello incandescente, ovviamente senza anestesia. Poi un italiano gli consiglia di “scuotere” il termometro, perché quelli trovati con la febbre saranno “kaputt”.
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Un fisico di nemmeno mezzo quintale, costretto a lavorare ininterrottamente: una mattina – dopo 4 mesi – i prigionieri vengono inquadrati, diretti verso un villaggio, a Größrückerswalde, in Sassonia. «Si cadeva spesso – raccontava Gino – e fu durissimo arrivarci». Non è libero, è ancora un prigioniero che di giorno si occupa degli animali e di notte dorme con la famiglia di quel contadino, i Buschmann. Entra nelle loro simpatie: sa come gestire i cavalli e il capofamiglia lo sfama con pane e latte. La moglie di Buschmann gli dà addirittura i vestiti del figlio, che era sul fronte orientale.«Lo facevano – racconta Roberto Pellegrini – perché speravano che lo stesso trattamento sarebbe stato riservato anche a quel loro figlio partito per la guerra». Quel figlio, però, non tornerà più e lascerà le sue tre bambine. Nel villaggio c’è anche un altro italiano, che si chiama Spaziani, di Roma. È accanto a Gino – che i tedeschi chiamano Jino – quando viene scattata la foto da cui è partita la ricerca di Roberto Pellegrini. Gino diventa “amico” di questa famiglia, sebbene sia a tutti gli effetti un prigioniero: mentre lavora canta e così insegna alcune parole d’italiano alle nipoti del signor Buschmann, come “bambino” o “finito”. Poi due giorni prima di essere liberati dai russi arriva una compagnia di SS: «Mi chiamarono – scriveva Gino nei suoi scritti – e vollero sapere da dove venivo. Risposi che ero di Firenze e non di Empoli, perché lì c’erano tanti partigiani».
Alla fine la guerra termina davvero e nel villaggio arrivano appunto i russi: «Mio padre raccontava – continua Pellegrini – che i russi entravano nelle case alla ricerca dei prigionieri. Se gli dicevano che erano stati trattati male dai tedeschi, per questi erano guai molto seri. Mio padre, però, gli si parò davanti e gli fece capire che lui era stato trattato in maniera umana. Così, praticamente, li salvò. I Buschmann, come ricompensa, gli regalarono una bici». Sul quel mezzo di fortuna lui e Spaziani intraprendono il viaggio di ritorno: viaggiano di notte, incontrano soldati in rotta, di tutte le etnie; i tedeschi li bloccano e li mettono a lavorare alla ferrovia, ma Spaziani e Pellegrini decidono che la loro vita non deve finire su una rotaia, così scappano. È un viaggio a dir poco avventuroso, che li porta fino al confine italiano: qui – racconta Roberto Pellegrini – gli requisiscono la bici, costringendoli a cercare altri mezzi per tornare a casa. Gino ce la fa e nell’agosto 1946 torna a casa: quando arriva nel centro di Fucecchio viene accerchiato da decine di persone, donne e uomini che gli chiedono se ha notizie di questo o quel soldato. Ma Pellegrini deve tornare alla Torre, in ogni modo.
La notizia del suo ritorno, nel frattempo, si diffonde: il babbo di Gino – col calesse – scende dalla collina ma Iva – la fidanzata – non può aspettarlo e corre all’impazzata: i due si riabbracciano e si baciano in via di Burello, in Padule. Gino poi si ricostruirà una vita e morirà nel 2012. Nei suoi racconti rimangono i ricordi di quegli anni. E quelle foto, che smuovono le viscere del figlio Roberto: vuole a tutti i costi ritrovare quella famiglia che non trattò suo padre da “schiavo”, sebbene all’epoca ne avesse tutto il “diritto”.È il 2013, quando per un viaggio di lavoro va in Germania, con in mano soltanto una foto e una cartolina. Arriva in Sassonia e si accorge che non è cambiato praticamente niente: gli sembra di riconoscere addirittura le staccionate della fattoria dove il babbo aveva lavorato. È così che fa il giro dei nodi centrali del paese, lasciando le foto e chiedendo di avere informazioni. Dopo aver incontrato una serie di persone, incappa in una donna anziana che – alla vista della foto “di famiglia” – esclama “Firenze”. Pellegrini lascia così la Germania, speranzoso ma fino ad un certo punto. Poi, nei mesi successivi, riceve una mail: a scrivere sono le trisnipoti del signor Buschmann, con cui Pellegrini intraprende uno scambio epistolare. Si fa raccontare i ricordi del padre: «La famiglia Buschmann – raccontano le discendenti – non ha mai considerato i prigionieri come nemici. Era proibito avere relazioni con loro, che dovevano lavorare come schiavi. Jino (Gino, ndc) era però un membro della famiglia, mangiava con loro e ci parlava. Ed era interessante e divertente sentirlo cantare, i Buschmann impararono anche alcune parole in italiano».
Nella ultima mail inviata a Pellegrini, la nipote Gerlinde lo invita ad incontrarsi, magari in Italia, per una delle loro vacanze. Così si chiuderebbe un cerchio, iniziato nel ‘44, in un villaggio della Sassonia, dopo una marcia sfiancante. Al termine della quale Gino troverà degli inaspettati “alleati”, che gli daranno i vestiti del figlio partito per il fronte orientale.Una vita che è una sceneggiatura da film, scritta da uomini comuni, che non hanno fatto altro che rispettarsi l’un l’altro. Un “briciolo” di luce negli anni più bui del secolo scorso, dove l’umanità riuscì a superare le bandiere e i deliri ideologici delle dittature.
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