Il Tirreno

Empoli

«Io, partigiano a 15 anni sono diventato uomo combattendo i tedeschi»

di Marco Sabia
«Io, partigiano a 15 anni sono diventato uomo combattendo i tedeschi»

Del Sordo: servivano rinforzi sulle montagne, dissi di sì Cappelli: gli operai sfidarono Mussolini con la bandiera rossa

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EMPOLI. La memoria, che pian piano va scomparendo e che – per questo – diventa sempre più preziosa. Non è facile – nel 2017 – trovare qualcuno che abbia vissuto gli anni più bui del ’900 italiano, dall’avvento del fascismo passando dalla devastazione della guerra e finendo alla barbarie nazifascista.

Attimi di una vita che non si possono scordare e che vanno raccontati e tramandati ai più giovani. Sauro Cappelli e Dario Del Sordo sono due dei pilastri della memoria empolese, nel senso che – con “ruoli” differenti – hanno scritto una piccola parte della storia della città del vetro. Dario è un ex partigiano – anche se partigiani lo si è per sempre – Sauro ha visto da vicino le proteste, i disordini e i lutti che hanno colpito Empoli negli anni della guerra. Due caratteri diversi, che però hanno in comune quel calore dei nonni che ti fa tornare un po’ bambino, quando le vicende di quegli anni – vissute dai più grandi – erano un misto di fantastico e romantico. In due, Sauro e Dario, fanno 177 anni. Sauro, ad esempio, ha l’onore – e l’onere, in quanto vicepresidente Aned – di accompagnare i ragazzi nei viaggi della memoria nei campi di sterminio.

Ieri li abbiamo incontrati entrambi, in occasione dell’ufficializzazione della medaglia d’oro al merito civile per “la capitale toscana dell’antifascismo”. Antifascismo che fa rima con resistenza e – quindi – col movimento dei partigiani. Del Sordo ci mette poco a spiegare cosa significasse essere un partigiano, all’epoca: «Essere partigiano – racconta – mi ha fatto diventare uomo, perché ero un ragazzo di 15 anni quando sono partito. È un orgoglio scoprire che la nostra città ha ottenuto questa medaglia». Del Sordo, visto che era un ragazzo, era stato incaricato di andare dai contadini – sulle montagne pisane e grossetane – per prendere un po’ di cibo: farina, pane, prosciutto. «All’inizio pensai che tanto “una volta si deve pur morire”. C’era bisogno di rinforzi e il partito comunista locale rispose presente: dovevamo andare sulle montagne e io dissi di sì. Ho anche combattuto, visto che assaltavamo le caserme per prendere le armi: i tedeschi ci sparavano da lontano, forse perché non sapevano quanti fossimo o forse perché avevano paura. Al momento del congedo ci diedero 1000 lire a testa». L’orgoglio di Del Sordo, quando si parla di partigiani, è percepibile nella cura con cui ripiega il fazzoletto tricolore dell’associazione partigiani.

Cappelli, 88 anni, a differenza di Del Sordo, non è salito sulle montagne. Ricorda, però, come nacque l’anima antifascista di Empoli: «L’ondata di arresti dopo i fatti di Empoli del 1º marzo 1921, che coinvolse anche tanti concittadini che quei marinai non li avevano nemmeno visti, fu l’episodio da cui tutto partì, a mio parere. Fu la molla su cui Empoli costruì tutta la sua battaglia antifascista».

Poi sulla medaglia d’oro al merito civile: «Beata l’attuale amministrazione, nel senso che già da tempo il Comune aveva chiesto che venisse riconosciuta tale onorificenza, senza fortuna. È il riconoscimento per una città che ha meritato questa medaglia. A Empoli nel ‘42-‘43, si stampava L’Unità; nel momento di maggior consenso del regime c’erano 200 iscritti al partito comunista; gli operai della Taddei ebbero il coraggio di issare la bandiera rossa in occasione della festa del lavoro, che Mussolini voleva spostare al 21 aprile, data dei natali di Roma antica. Empoli, infine, ha avuto la fortuna di avere uomini di un grande spessore, come Gino Ragionieri e Mario Assirelli».

Due racconti, quelli di Del Sordo e Cappelli, cadenzati ad un ritmo lento, che ti tiene però incollato. Ricordi di una Empoli che non esiste più, di cui i giovani hanno soltanto sentito parlare, dove per “bramare” alle spalle del regime ci si trovava nelle barberie, nelle sartorie e dai calzolai, alla fine del turno di lavoro in vetreria.

Poi l’armistizio, l’occupazione e i carri armati Tiger che facevano tremare i vetri delle case al loro passaggio. La miseria, le bombe e la disperazione. E la rinascita, nel segno dell’antifascismo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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