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la crisi

Scatta l'allarme per l'edilizia: «Io, artigiano strozzato dagli appalti selvaggi»

di Marco Pagli
Un cantiere edile e nel riquadro Ciro Gualemi
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Un cantiere edile e nel riquadro Ciro Gualemi

Costretto a chiedere la cassa integrazione per il suo unico dipendente. «Mi costa 23 euro l’ora, al massimo ne incasso 20. E riscuotere è un’odissea». La Cgil di Empoli: "Decine di casi in 2 mesi, microimprese al collasso"

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EMPOLI. Prima di prendere quella decisione ci ha pensato per giorni, settimane. Perché per un artigiano da trent’anni sui cantieri non è facile arrendersi a qualcosa, fosse anche la crisi. Ma alla fine Ciro Gualemi ha dovuto cedere alla legge di un mercato che non garantisce più nemmeno di vivere del proprio lavoro. E ha deciso di chiedere la cassa integrazione per il suo unico dipendente e amico, Vincenzo Salvaggio. Una storia di appalti che strozzano, di ribassi che mettono a repentaglio la legalità stessa dei contratti e di un settore che si sta inabissando nei fanghi del nero.

«Negli ultimi mesi ho tentato di rimanere sul mercato cercando di tenere aperto ogni spiraglio – spiega Gualemi, alla guida di una microimpresa edile empolese – ma continuare così non è possibile: andare a lavorare, spaccarsi la schiena nei cantieri per rimettere dei soldi a fine giornata. I problemi sono tanti, gli appalti ci strozzano e poi anche riscuotere è diventata un’odissea. La situazione è comune e molti miei colleghi stanno chiudendo la ditta per fare i dipendenti o al limite per lavorare a nero».

Il costo del lavoro, d’altronde, nella maggior parte dei casi supera la retribuzione. Inevitabile non riuscire ad andare avanti in un comparto dove ormai se il ribasso non è massimo, poco ci manca. «Ho assunto Vincenzo, un amico di lunga data che era rimasto senza lavoro, un anno fa – prosegue – ma adesso sono stato costretto a metterlo in cassa integrazione. Il costo di un’ora per un dipendente è di 23 euro, ma la retribuzione quando è alta si ferma a 20 euro. Certo, arrivare a questa cifra è raro. Nella maggior parte dei casi, quando si presenta un preventivo per un appalto, non si superano i 17-18 euro. Se poi vuoi battere la concorrenza devi stare ancora sotto. E non mancano casi limite: un mio collega alcune settimane fa si era aggiudicato un appalto per 15 euro l’ora e dopo pochi giorni è stato sostituito da un’altra ditta che lavorava per 13 euro».

Una giungla più che un settore, dove si è costretti a lavorare per la metà del costo che si deve sostenere per pagare un dipendente. Ma i problemi non si fermano qui. Perché seppure i prezzi siano stracciati, sempre più spesso capita che non si riesca a riscuotere. «È diventato quasi impossibile. Se alcuni anni fa su dieci lavori che facevi uno non te lo pagavano, adesso i numeri sono ribaltati. Non si riesce più ad avere i soldi. Chi commissiona un lavoro chiede sconti su sconti, senza rendersi conto che i prezzi sono già sotto la soglia di sopravvivenza. E poi non ti paga nemmeno. Altro che 120 giorni, i soldi non arrivano nemmeno dopo un anno. Questa è una situazione insostenibile: i sacrifici per il lavoro spesso sono necessari, ma qui siamo oltre».

Al momento Ciro Gualemi non ha chiuso la sua ditta. Ha deciso di fermarsi un attimo e valutare la situazione. Anche se, pure per un ottimista come lui stesso si definisce, il tempo della speranza sembra essersi esaurito. «Di fronte alle avversità ho sempre guardato al futuro con ottimismo, cercando di prendere i segnali positivi – conclude – ma a questo punto comincio a ricredermi. Per adesso sono fermo, senza lavoro. Non ho ancora chiuso la mia ditta: faccio passare l’estate e vedo se dall’autunno torna a muoversi qualcosa. Anche se ho già iniziato a pensare di cambiare lavoro. Ho figli e nipoti e non mi posso permettere di andare avanti in questo modo. E poi ormai c’è un esercito di ex artigiani che si offrono per lavori alla giornata, spesso senza un contratto».

L'ALLARME DELLA CGIL

La storia di Ciro Gualemi e di Vincenzo Salvaggio non è che la punta di iceberg enorme. Quella che riguarda le piccole e piccolissime aziende artigiane del territorio con meno di cinque dipendenti è una vera e propria moria. Dagli uffici della Fillea Cgil arriva la conferma di questa situazione: nelle ultime settimane, infatti, sono già decine le richieste di cassa integrazione arrivate. E il flusso non accenna ad arrestarsi. «In questo giorni stiamo ricevendo un numero incredibile di richieste – spiega Paolo Grasso della federazione degli edili Cgil – sono state una trentina nel mese di giugno e il numero sarà ancora più alto nel mese di luglio. Si tratta di imprese piccole e piccolissime. La maggior parte di queste è costituita da un titolare lavoratore e un dipendente, massimo due». Il mondo delle piccole realtà che operano negli appalti e nei subappalti si sgretola lentamente dopo che la crisi ha già mietuto vittime tra le aziende più grandi e strutturate. «Il settore sta vivendo una fase di stagnazione – prosegue Grasso – i cantieri attivi sono pochi e i prezzi sempre più bassi. Questo sta generando una lotta tra piccoli che è ormai inarrestabile e che rischia di distruggere anche il tessuto che finora aveva retto bene o male i colpi della crisi. Le piccole ditte mettono i dipendenti in cassa integrazione perché non reggono una situazione in cui i costi sono maggiori dei ricavi, mentre quelle un po’ più grandi chiedono ai dipendenti di aprire partita Iva e lavorare per loro da autonomi. L’unica via di uscita è la Carta dei diritti che abbiamo proposto: reintrodurre l’etica e i giusti pagamenti negli appalti».

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