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Ji, boss e operaio montava Rolex falsi  in camera da letto 

Ji, boss e operaio montava Rolex falsi  in camera da letto 

EMPOLI. Boss e operaio, mente e braccio operativo della banda, motore dei traffici e Stakhanov della casa-fabbrica. Mercoledì mattina, quando i finanzieri hanno fatto irruzione al primo piano di via...

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EMPOLI. Boss e operaio, mente e braccio operativo della banda, motore dei traffici e Stakhanov della casa-fabbrica. Mercoledì mattina, quando i finanzieri hanno fatto irruzione al primo piano di via Cantini 34, non era la prima volta che Ji Chengpeng veniva sorpreso ad assemblare Rolex Tarocchi in un appartamento trasformato in alloggio a catena di montaggio, in spazio di vita e lavoro. Questo 39 enne cinese considerato il capo di un’organizzazione che stava per piazzare sul mercato 124.000 orologi contraffatti e accusato di averne smerciati almeno 32.000 in un anno intascandosi 560.000 euro frutto di illeciti, l’altra mattina si è trovato di fronte ad una nemesi beffarda. Gli uomini delle Fiamme gialle pisane lo hanno accompagnato in carcere proprio per la sua dedizione al lavoro e alla fatica. Sembra paradossale ma è così. L’indefessa abnegazione con cui in questi anni ha assemblato Daytona tarocchi lo ha tradito.
Lo scrive lo stesso gip Dolores Limongi nell’ordinanza di custodia cautelare. Per Ji, l’unico finito a Sollicciano di un gruppo di sei persone, era «l’unica misura restrittiva possibile per neutralizzare il pericolo di recidiva», per evitare cioè che ripetesse i suoi reati, che continuasse ad assemblare pezzetti di metallo comprati a pochi centesimi e fatti arrivare dalla Cina per costruire il suo piccolo impero da piccolo self-mademan, da manager di se stesso e di un business che secondo il pm della Dda di Firenze, Eligio Paolini, avrebbe messo in moto un giro d’affari illeciti da quasi 2 milioni di euro. Sì perché Ji in passato era già stato beccato a montare orologi tarocchi di notte nella sua camera da letto. Metterlo ai domiciliari non servirebbe - aggiunge il gip - poiché il domicilio era la sua base produttiva, perché già una volta «Ji ha allestito il laboratorio clandestino finalizzato all’assemblaggio degli orologi in camera da letto».
Proprio così, Ji non concedeva spazio all’intimità, al tempo libero, alla vita. La sua esistenza era imperniata su quell’unica, ripetitiva mansione quotidiana: ricevere pacchi, di volta in volta consegnati dai corrieri ad amici cinesi più o meno consapevoli, di volta in volta in fabbriche-mondo diverse, e smistare ai grossisti senegalesi i suo stock di patacche. I domiciliari, invece, sono stati concessi a sua moglie, Suyan Zhang. Sebbene fosse lei a ritirare la merce e i pacchi per il marito, ritenuta in grado «di gestire il traffico», può rimanere nell’altra casa-fabbrica, in via Chiara. Per occuparsi del bambino, ovvio, ma anche perché Ji non faceva entrare nessun altro che se stesso in catena di montaggio.
(m.n.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA.

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