Il Tirreno

Empoli

Volano i vini bio ma l’Italia ancora non li apprezza  

Le storie di successo per i produttori che scommettono contro la chimica nei campi  

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CASTELFIORENTINO. Le produzioni sostenibili del territorio hanno colpito nel segno al Vinitaly. La più grande manifestazione dedicata al mondo del vino, nel confermare il successo dei principali produttori dell'Empolese Valdelsa, ha aperto canali importanti anche per le realtà più piccole. E in particolare per chi in questi anni ha optato per produzioni biologiche o biodinamiche. Un fenomeno in crescita anche sul territorio, visto che una decina delle oltre quaranta realtà della zona presenti a Verona hanno messo in vetrina prodotti con questo tipo di certificazione. E allo stesso tempo un fenomeno che sta coinvolgendo una fetta sempre più ampia di pubblico e di mercati, specie quelli esteri.
La conferma è arrivata dal successo riscosso da due aree dedicate alle produzioni sostenibili: Vivit e Vinitalybio. La prima ha ospitato La Castellina di Capraia e Limite. Una realtà giovane (i due figli ventenni del proprietario Fabio Montomoli, Francesco ed Eleonora, stanno prendendo la guida dell'azienda), che ha optato per il biodinamico nel 2003. «Siamo membri dell'associazione Renaissance des Appellations, che raggruppa diverse realtà biodinamiche – spiega Ivan Chirico, collaboratore dell'azienda – e abbiamo ospitato il primo incontro in Italia. È stata una scelta di consapevolezza, in aperto contrasto con i metodi dell'agricoltura industriale. Negli anni c'è stato un graduale miglioramento dei prodotti. Siamo una piccola azienda, ma i mercati esteri come Stati Uniti e Giappone apprezzano questo impegno». Un impegno tutt'altro che scontato, che pone limiti e richiede sacrificio. «Usare la chimica in agricoltura è una scelta facile – afferma Alessio Gallerini, proprietario insieme al fratello David della Tenuta Barbadoro di Montespertoli – perché produrre biologico significa avere quantità inferiori e necessita di più lavoro. Ma la soddisfazione è maggiore». Si parte, insomma, dal soddisfare una volontà personale per arrivare a ritagliarsi nicchie di mercato importanti. «Ho sempre avuto timore dei prodotti di sintesi – spiega Niccolò Bernabei, proprietario de La Querce Seconda di Montespertoli, biologica dal 2001 – e così ho cominciato da subito a produrre biologico. I mercati rispondono, ma per quanto mi riguarda esclusivamente quelli esteri: Usa, Canada, Australia». E infatti diverse sono le aziende biologiche della zona presenti nello stand del Consorzio del Chianti. Tra queste Poggiotondo di Cerreto di Alberto e Alessandra Antonini e il Podere Anselmo di Fabrizio Forconi a Montespertoli, che insieme ad altre hanno guidato questa speciale delegazione. Come ad esempio Podere Ghisone di Montespertoli, che ha ottenuto la certificazione nel 2009. «Da quando ho preso in mano l'azienda – racconta il titolare Luca Nesi - ho voluto la certificazione del biologico perché ci credo. In fondo, è anche un legame fortissimo con una tradizione lunga come la nostra. Sinceramente all'inizio non mi aspettavo di arrivare a questi risultati. Molto del merito è di realtà come Stati Uniti e Cina».
Da questo punto di vista il mercato interno sembra non essere ancora pronto ad assorbire una produzione che altrove è già percepita come il futuro. «Purtroppo in Italia continua a pesare di più l'aspetto economico e gli sforzi dei produttori sono meno premiati – spiega Patrizia Angioli, proprietaria del Podere Volpaio di Vinci – noi siamo biologici dal 2000 e lo abbiamo fatto per convinzione». Anche se non manca chi, invece, nel mercato italiano ha trovato un approdo importante. «Noi lavoriamo prevalentemente con l'Italia – conferma Gianfranco Nigi, titolare della Tenuta di Maiano a Montespertoli – ho cominciato nel 2000 a produrre biologico sui primi 3 ettari e ora abbiamo superato i 60».
Marco Pagli

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