Il presidio
Angiolo: «Dal coma alla vita, sono un miracolato»
Il recupero di un ciclista di Staffoli dopo un gravissimo incidente a Fucecchio: «Mi ricordo le ruote del camion che mi arrivavano addosso»
FUCECCHIO. «Io, miracolato». Angiolo Pieracci, 70enne di Staffoli (Comune di Santa Croce sull'Arno), l'11 agosto scorso ha visto la morte in faccia quando - mentre transitava in bici sulla Romana Lucchese a Fucecchio - è stato colpito dal cassone di un grosso camion, finendo in coma. Per lui venne anche allertato l'elisoccorso Pegaso, che lo trasportò in gravi condizioni all'ospedale pisano di Cisanello. Lì venne operato, visti i gravi traumi riportati alla testa e gli ematomi al cervello; i medici erano scettici sul fatto che potesse sopravvivere e che superasse quel momento critico senza riportare conseguenze permanenti.
E invece oggi, a distanza di quasi 5 mesi, Angiolo Pieracci, è tornato a casa e sta bene: parla, cammina (anche se non ha ancora recuperato il tono muscolare), fa praticamente la vita che faceva prima, aggiungendoci lunghe camminate per tornare a camminare senza fare troppa fatica. E' seguito dalla moglie e dal figlio, che pensavano di doverlo perdere per sempre.
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I ricordi dell'incidente sono ancora vividi: «Di quegli attimi mi ricordo le grosse ruote di quel camion che mi arrivavano addosso, poi sono caduto e sono finito in coma. Non ho capito perchè quel camion mi ha stretto verso la fossa, forse voleva rientrare nella sua corsia perchè da quella opposta veniva una macchina. Queste sono cose che ho saputo dopo, perchè dalla botta alla testa non ricordo più nulla. Sono andato in bici per una vita e non mi era mai accaduto nulla, poi all'improvviso il colpo alla testa e il buio».
L'uomo riporta fratture al cranio, ematomi al cervello, sette costole rotte e una lesione al polmone: dopo l'operazione torna in rianimazione, della quale non ha ricordi, essendo stato sottoposto al trattamento per il coma farmacologico. Accanto a lui si avvicendano i familiari, che ogni giorno ascoltano i bollettini dei medici anestesisti del reparto, dai quali emerge che le condizioni di Angiolo sono estremamente critiche.
Però Pieracci - ex meccanico esperto di macchine per maglieria industriale - esce dalla rianimazione, passa qualche notte al San Giuseppe di Empoli e poi arriva all'Auxilium Vitae di Volterra, dove inizia un intenso percorso di recupero: «Sono stati momenti molto difficili, fino ad un certo punto non capivo nemmeno dove fossi, mi sembrava che gli altri parlassero un'altra lingua. Mi sentivo un prigioniero, anche se ovviamente non era così. Vedevo tante persone giovani, che per un motivo o per un altro erano in clinica e questo mi faceva stare male. Ma grazie al lavoro dei medici e dei professionisti della clinica pian piano sono tornato a capire dove mi trovassi, a riconoscere mia moglie, a parlarle, a camminare senza l'ausilio di nessuno. Sono stati bravi, mi hanno aiutato a credere che potessi riacquistare quello che avevo perso. Per questo devo ringraziarli, anche se c'è stato un aiuto più grande, venuto dall'alto».
La famiglia di Pieracci è molto credente, tanto che - racconta ancora l'uomo - per rilassarsi in clinica si metteva a pregare con la moglie. Un percorso - quello a Volterra - costantemente accompagnato dalla preghiera, che "non fa male a nessuno". Ora - che è tornato a casa - spera che i dottori che l'hanno seguito in questi cinque mesi vengano a trovarlo, per constatare coi loro occhi i progressi raggiunti, visto che all'inizio Pieracci era dato quasi per spacciato. Certo, non salirà più sull'amata bicicletta, sia perchè ancora non ce la fa e sia soprattutto perchè la moglie su questo ha messo il veto assoluto, in maniera scherzosa ma perentoria. Dopo oltre 120 giorni è rimasto soltanto un po' di impaccio alla gamba destra. E la convinzione di essere un miracolato, nel vero senso della parola.
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