Il Tirreno

Empoli

«La nostra vita nelle favelas»

di Francesco Turchi
«La nostra vita nelle favelas»

Il dramma di decine di clochard che sopravvivono ai margini della società

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EMPOLI. C'è un Natale fatto di luci e colori, di sorrisi, auguri e regali; di mercatini, addobbi e luminarie. Ma, nella stessa città, ce n'è anche un altro fatto di degrado, solitudine e disperazione. Di rifiuti, macerie, amianto e pericoli. Di bambini che dormono in una tenda da campeggio sotto a un tetto pericolante. Di marciapiedi lungo i binari trasformati in camerate desolanti a cielo aperto. È un Natale triste, figlio (anche) dell’indifferenza. Quella di una città che ha imparato a voltarsi dall’altra parte, con la diffidenza e l’egoismo che spazzano via la solidarietà. Succede ogni volta che qualcuno scende di sera da un treno alla stazione di Empoli; o quando passeggia in via Ricasoli e non guarda oltre un telo affisso alla meglio sul cancello di una fabbrica abbandonata diventa una finestra sul mondo degli invisibili. Un quadro che fa somigliare sempre di più Empoli (con i suoi 48.000 abitanti) alla periferia di una grande città. Un disagio che raccontiamo da mesi sulla nostra cronaca, andando nei rifugi dei condannati a sopravvivere da fantasmi, che si arrangiano come possono (o vogliono), per i motivi più svariati (si va dalla vergogna alla paura, fino alla precisa scelta di vita). Letti arrangiati, resti di cibo, coperte e cartoni. Ma ora che l’allarme è diventato emergenza sociale, abbiamo fatto un viaggio nel cuore della notte per scoprire volti e storie.

Bastone e paura. Ponzano, area Montevivo, prima vetreria e poi industria chimica, fino alla chiusura, negli anni Ottanta. Da anni c'è un progetto per realizzarci case e centro commerciale. Ma per ora la realtà è ben diversa. Sono le 22 di una serata di dicembre. Si entra senza il minimo sforzo. Non ci sono cancelli da scavalcare. C'è una recinzione lasciata aperta. A pochi metri dalla strada c'è un piccolo immobile con due porte, che durante il giorno sono chiuse con i lucchetti, uniche "armi" per difendere una "proprietà" virtuale quanto vitale: quattro mura buone per affrontare l'inverno, con un letto, pochi effetti personali e un piccolo fazzoletto di terreno trasformato in bagno comune a cielo aperto, a pochi metri di distanza. All'interno dell'immobile abitano due famiglie. Una di queste ha un cane, che quando sente i passi di estranei inizia ad abbaiare. Ma la porta resta chiusa. Probabilmente per paura. Dall'altra parte, invece, si affaccia un uomo. Tiene in mano un bastone, per difendersi da due sconosciuti che si fanno avanti nell’oscurità. Teme che vogliano fargli del male. Anche perché da queste parti non si vede mai nessuno e la visita diventa inevitabilmente sospetta. Non parla italiano, ma si fa capire. Fa cenno che sta bene - anche se dall’aspetto sembra l’esatto contrario - rientra nel suo rifugio.

Camping per disperati. Niente di diverso dall’ex Vitrum, nella zona della stazione di Empoli. L’accesso è agevole, grazie a un pannello spostato. Bastano pochi passi per immergersi in un mondo parallelo, triste e fatiscente. Fino a qualche mese fa le “camere da letto” si trovavano all’interno della vecchia vetreria (sotto a un tetto a rischio crollo) che però ora è allagata. E allora i clochard - con almeno un figlio al seguito, testimoniato dalla presenza di giochi e passeggino - si sono trasferiti all’esterno. Hanno montato alcune tende e dormono lì dentro, a un metro dalla strada. La vergogna prende il sopravvento e si limitano a dire di non aver bisogno di aiuto. Eppure gli occhi di chi li guarda vedono altro.

Covo... blindato. C’è invece anche chi l’aiuto lo vorrebbe, non si vergogna a chiederlo, ma non sa a quale porta bussare. Si chiama Abdul, ha 44 anni, è nato in Marocco. Vive, insieme a due connazionali, nell’ex Sve. Dalla sua stanza, ricavata in una vecchia sala riunioni all’interno di un fabbricato sporco e devastato, si vede il centro commerciale di Santa Maria. Il suo “tesoro” è una chiave, con la quale chiude la porta della stanza quando esce, per tenere alla larga altri senzatetto a caccia di un letto. «Lo so che qui è pericoloso, ma non abbiamo scelta. Io sono in Italia da diciassette anni. Prima vivevo a Pisa: lavoravo e pagavo l’affitto. Ma dal 2009, con la crisi, è cambiato tutto. Ora al massimo lavoro un giorno al mese, come manovale. Con i miei amici andiamo a mangiare alla mensa della Misericordia e poi dormiamo qui». Per terra, con una porta che lo separa da una discarica racchiusa tra quattro mura traballanti: «Guarda che non siamo gli unici in queste condizioni. Vai alla stazione e vedi quanta gente dorme fuori. Anche gli italiani».

Tutto vero. Alla stazione ferroviaria c’è un giovane disteso per terra nella sala d’attesa. Che però dalle ore 1.45 viene chiusa e quindi dovrà trovarsi un altro rifugio. Pochi metri più in là c’è chi si è già organizzato per evitare successivi spostamenti. Il marciapiede accanto al binario è una distesa di coperte che avvolgono corpi infreddoliti di clochard, accanto ai treni in corsa. Tra loro c’è Andrei, romeno di 58 anni: «Volete aiutarmi? Magari...». Povero, disperato e disilluso. Sul retro della stazione, accanto all’ex magazzino merci, ci sono altri due uomini. Rovistano tra i cartoni: «Purtroppo - spiega il marocchino sessantenne indicando l’amico indiano - gli hanno rubato la coperta. E allora l’ho portato qui a cercare qualcosa per ripararsi. Sono in Italia dal 1984, l’ho girata tutta per lavoro. Ma ora... è così. Vivo in Lombardia, ma vengo spesso a Empoli. E ne vedo tanti dormire in stazione, ma anche sui treni».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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