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Dall’assalto alla luna un seme per i ventenni
Dopo 40 anni, i protagonisti ai giovani: ritrovate la comunità
EMPOLI. Ci sono fasi politiche che cambiano, costumi in continua evoluzione, generazioni che nemmeno parlano la stessa lingua. E poi ci sono eventi che ritornano, situazioni che ricorrono, esigenze che non se ne sono mai andate. In mezzo ci stanno semi che sono stati piantati e che a volte, magari a distanza di quarant'anni, tornano a germogliare. Il senso del dossier - presentato alcuni giorni fa nella casa del popolo di Cascine - sull'occupazione dell'ex pretura di Empoli, a cura del Centro studi Pietro Gori e della Federazione anarchica empolese, è proprio questo: creare un ponte, far arrivare ai giovani di oggi la voce dei giovani di ieri. «Il nostro intento è quello di stimolare la riflessione - si legge nell'apertura del documento - aprire una discussione che non sia solo nostalgia o memoria. Ma che spinga ad agire per qualcosa di simile e di migliore, affinché quell'esperienza non cada nell'oblio ma sia il seme che può portare frutto».
Trentanove anni fa, una fredda mattina di dicembre del 1977, accadde qualcosa che ad Empoli forse nessuno si sarebbe aspettato. Un gruppo di giovani occupò palazzo Pretorio, la ex pretura. C'erano gli anarchici, vari aderenti a gruppi della sinistra extraparlamentare, alcuni giovani comunisti e anche «qualche cane sciolto». Rivendicavano un luogo in cui poter esprimere le loro istanze senza imposizioni dall'alto. Allora si era in piena prima Repubblica, i blocchi erano ben saldi ai loro posti, «esisteva la lotta di classe e non ancora la middle class» come fa notare qualcuno nel dossier, il web era ancora un'utopia e le piazze continuavano ad essere il principale luogo di confronto e scontro politico. Oggi quei giovani hanno la barba bianca e un passato a cui guardare. Sembra trascorsa un'era geologica, in cui la rivoluzione tecnologica ha travolto ogni sua altra declinazione. Le piazze si sono svuotate e lo scenario politico si è trasformato. Le cose del mondo sono cambiate, insomma. Ma gli estensori del dossier, che è stato intitolato "E quell'occupazione fu rivolta, fu rivoluzione", sembrano guardare ad altro, alle cose dell'uomo. E a quelle vogliono richiamare i nuovi ventenni. «Viviamo un'epoca difficile per i giovani - spiega Paolo Becherini, curatore della pubblicazione ed esponente della Federazione anarchica empolese - la precarietà e la disoccupazione sono dei mali tremendi e le scelte politiche degli ultimi anni hanno peggiorato la situazione. Molti di loro, infatti, si rifugiano nel mondo virtuale e non sentono l'esigenza di avere spazi fisici dove esprimersi. Tuttavia, non mancano esperienze virtuose che continuano ad esistere sul territorio, nonostante il riflusso dei movimenti e il degrado della politica. Dobbiamo comprendere che ciò che è passato a volte ritorna e che c'è ancora la curiosità e la voglia di vivere fuori dai guinzagli dell'ordinario. Ai ragazzi di oggi mi sento di dire che riscoprano la loro libertà e che siano autonomi da ogni tipo di potere».
Un dialogo intergenerazionale difficile. Perché difficile è mettere in comunicazione chi racconta che «la notte si andava a dormire sapendo che ci saremmo svegliati nel futuro» con chi invece non vuole più credere in un futuro senza opportunità. Ma che in quella scarica elettrica, in quell'assalto alla luna di quasi quaranta anni fa può trovare punti di contatto. E un assalto fu davvero. Era il 17 dicembre 1977, una rigida mattina d'inverno. Si ritrovarono in una settantina intorno al palazzo tra piazza Farinata e piazzetta della Propositura. Nel gruppo c'erano alcuni speleologi e alpinisti. Furono loro ad aprire la strada agli altri: si arrampicarono sulla facciata ed entrarono dalle finestre del primo piano. All'interno dello stabile - allora inutilizzato - venne introdotta una cucina a gas. Gli occupanti portarono i sacchi a pelo e si impossessarono di quel luogo simbolo nel centro di Empoli. All'interno la vita veniva organizzata attraverso assemblee giornaliere e ognuno era libero di entrare e partecipare. In città esplose un dibattito acceso. Inizialmente non arrivò nessuna denuncia che autorizzasse lo sgombero. Tuttavia, l'occupazione venne stigmatizzata da molti, amministrazione comunale e Pci cittadino in testa. E poi arrivarono le denunce per occupazione abusiva.
Nel frattempo all'interno sorsero i primi problemi. «Ci furono varie difficoltà riguardo alla gestione e alla vigilanza dell'occupazione - spiegano nel dossier, ancora disponibile alla libreria Rinascita e che verrà presto ristampato - e anche il problema della droga che si diffondeva in tutta la società e anche lì da noi. Ci fu anche il problema dei confidenti della polizia, i vari provocatori mandati da chi sa chi». L'occupazione finì ufficialmente il 9 gennaio del 1978 con la riconsegna della struttura «in perfette condizioni» agli uomini del commissariato di Empoli. «La vera causa fu la sordità, l'autoritarismo, la chiusura mentale, la repressione e la diffamazione, la calunnia da parte dei partiti, dell'amministrazione e delle altre istituzioni».
Cose del mondo, come dicevamo prima, che però non hanno scalfito il valore di quell'evento. «Della mia esperienza - scrive Giacomo Dara, poeta e scrittore empolese che partecipò da protagonista all'occupazione - voglio segnalare il forte senso di appartenere a qualcosa di più grande di noi stessi, a un tutto non astratto, ma a qualcosa di concreto e reale fatto di corpi umani. Una comunità di esseri umani differenti fra loro e nelle idee, una sensazione senza retorica e nostalgia che mi fa dire, quasi vergognandomi, che da allora non ho più provato». A rimbalzare e a bruciare nelle pagine del dossier sono i sentimenti, la voglia di vivere e di partecipare, le cose dell'uomo, di quegli uomini. «Fu tolto tutto da quell'edificio - conclude Becherini - ma rimasero dentro di noi la fierezza, la gioia di un'esperienza di vera vita, di riscatto, di dignità, di un esempio che si sarebbe potuto ripetere in qualsiasi momento secondo la nostra volontà».
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