Il Tirreno

Empoli

«Mi vergogno di stare qui ma non ho altra scelta»

«Mi vergogno di stare qui ma non ho altra scelta»

Il racconto di Musta, trentenne senegalese, che vende giubbotti sul viale: «Molti miei amici sono finiti nel giro dello spaccio, io non ci voglio cadere»

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EMPOLI. Lo sguardo è cupo e quasi perso nel vuoto e sulla sua faccia non spunta mai l’ombra di un sorriso. Mentre parla, con la coda dell’occhio, osserva la gente che passa nella speranza che qualcuno possa fermarsi per comprare le sue cose, buttate lì, su un sacco di plastica azzurro, come quelli che si usano per buttare via l’immondizia.

Ci sono scarpe, borse e giubbotti contraffatti che per lui sono sinonimo di speranza. Possono aiutarlo a tornare a casa con qualche soldo per dar da mangiare ai suoi figli. Musta ha 31 anni e arriva dal Senegal. Da quattro anni, da quando è arrivato in Italia, fa il venditore abusivo, ma non ci sta proprio a passare per delinquente.

Arrivato dall’Africa con la speranza di un lavoro si è ritrovato per strada e ogni settimana fa la spola tra i vari mercati della Toscana nel periodo invernale e attraversa le spiagge di tutta la costa d’estate. «So benissimo che quello che faccio è illegale – racconta – ma non sono qui per danneggiare gli ambulanti. Purtroppo non abbiamo alternativa. Per anni ho cercato lavoro e come me tanti altri ragazzi che sono qui: abbiamo girato per fabbriche, industrie abbiamo cercato lavori saltuari, lavori a chiamata ma non abbiamo trovato niente. E oggi, per portare a casa qualcosa da mangiare non ci è rimasto che questo. L’altra strada possibile è quella dello spaccio. Molti ragazzi che conosco ci sono caduti, ma io non voglio farlo, non voglio abbassarmi fino a questo punto». Dietro questi venditori abusivi insomma, ci sono storie difficili, storie di uomini che ogni giorno devono lottare per andare avanti. «Io arrivo da Pisa – racconta Musta – gli altri ragazzi da diverse parti della Toscana, da Firenze, da Pontedera, ma anche da Prato e da Pistoia. Per la maggior parte siamo senegalesi, tutti scappati dalla nostra terra perché non c’è lavoro. Alcuni di noi sono anche laureati, io ho studiato, poi i miei genitori sono morti in un incidente e non ho avuto i soldi per proseguire il mio percorso, così sono scappato. La mattina arrivo al mercato e sistemo la mia roba, chiedo anche agli ambulanti se li disturbo a mettermi davanti a loro ma molti di loro mi dicono di no e io resto. Mi vergogno perché so che quello che facciamo non va bene, perché non paghiamo le tasse, ma questo è l’unico modo per portare a casa dei soldi. Gli ambulanti pensano di vendere meno con noi di fronte ma non è così, perché non vendiamo nemmeno noi. In 10 giorni ho raccolto appena 20 euro, purtroppo nessuno compra più».

Una persona si ferma a provare un giubbotto e lui racconta. «Vedi quel giacchetto? Beh io l’ho pagato 26 euro e sono costretto a rivenderlo a 30 perché la gente di più non vuole pagare e cerca sempre di abbassare il prezzo. Meglio però prendere 4 euro che niente. Dobbiamo mangiare sia io che i miei figli. Spesso stiamo anche uno o due giorni senza mangiare, ma io mi faccio forza pensando ad alcuni miei fratelli che non mangiano per tre giornate intera. Chiedere l’elemosina? Mai non mi metterò mai in un parcheggio a chiedere spiccioli per niente. Vendere abiti abusivamente è un reato, ma almeno posso dire di avere ancora una dignità».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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