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Beata è morta soffocata ma niente tracce. Omicidio o suicidio, l'autopsia non scioglie i dubbi
Empoli, sul nastro adesivo che teneva il sacchetto intorno al collo della Balon non ci sono impronte digitali. Intanto Giuseppe Nocerino si chiude nel silenzio: «Non ho voglia di parlare con nessuno». L’associazione alcolisti: «Lei voleva uscirne e lui era al suo fianco agli incontri»
EMPOLI. Morta soffocata ma sul nastro adesivo che teneva il sacchetto sulla testa della donna non ci sarebbero impronte digitali. Un giallo, un rompicapo per gli investigatori che stanno indagando sulla fine di Beata Balon (nella foto accanto). Omicidio o suicidio, non c’è ancora alcuna certezza sul decesso della donna, 46 anni, polacca di Varsavia, trovata nel suo letto, lunedì in un appartamento al piano terra di un palazzo in via Pasteur a Ponzano. Neppure l’autopsia che si è svolta martedì 12 gennaio all’istituto di medicina legale di Careggi, a Firenze, ha sciolto i dubbi. Il corpo privo di vita è stato scoperto di prima mattina dal compagno, una guardia giurata.
LA VERSIONE DEL COMPAGNO
L’unica sicurezza è che la donna è morta per asfissia. Ma se abbia posto fine alla sua vita travagliata (lei stessa scriveva su Facebook di avere problemi con l’alcol) o se sia stato il suo compagno a farlo, al momento resta un mistero. Anzi, un rompicapo. Perché se è vero che il nastro che fissava il sacchetto in testa a Beata non era stato strappato, cioè era rimasto arrotolato intorno al suo cartone, è altrettanto vero che non ci sarebbero impronte – a detta degli investigatori – sul nastro stesso. Il compagno, dal canto suo, ha raccontato ai carabinieri e al pm Ornella Galeotti di essere rientrato dal lavoro intorno alle 21.30 e di averla trovata in camera da letto, con addosso il pigiama. Ha detto anche di non averla svegliata, pensando fosse ubriaca. Quindi è andato anche lui a dormire. Quando si è risvegliato, poco prima delle 7, ha visto accanto a sé il cadavere della donna. L’ha toccato, era ghiaccio. Tra il suo corpo e il cadavere, un peluche. L’uomo quindi avrebbe dormito per ore accanto a un cadavere. Per lui, insomma, nessun dubbio sul fatto che si tratti di un tragico suicidio. Versione ribadita più volte, due giorni fa, al pubblico ministero che l’ha tenuto sotto torchio per otto ore, sottoponendolo a una raffica di domande che non ha però dato seguito a un fermo per indiziato di delitto.
SI INDAGA PER OMICIDIO
Anche in Procura si evita di specificare se sia stata formalmente aperta un’indagine per omicidio a carico di ignoti.
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Anche se con ogni probabilità è proprio così. Non è da escludersi che questa scelta sia dettata da una questione di tempistica: gli investigatori potrebbero infatti non voler svelare le proprie carte finché non arriveranno sui loro tavoli in caserma e in procura tutti i risultati degli esami del dna e dei tessuti per i quali il medico legale ha già ricevuto l’incarico. E’ da quelli infatti che dipendono alcune risposte considerate decisive dagli investigatori: la donna aveva assunto farmaci o droghe? Aveva davvero bevuto? Farmaci, nella casa di via Pasteur, ne sono stati sequestrati in quantità dai militari del tenente colonnello Agatino Saverio Spoto. Resta il fatto che l’ipotesi del suicidio è presa in seria considerazione dagli inquirenti, per un motivo semplice: Beata Balon, stabilitasi nell’Empolese a fine anni ‘70, addetta alle pulizia in una grossa cooperativa di servizi che si occupa tra l’altro dell’ospedale San Giuseppe di Empoli e del municipio cittadino, avrebbe già tentato in passato il gesto estremo.
E avrebbe sofferto di depressione, specialmente da quando è morta sua madre, poco più di un anno fa. Lo ha ricordato anche il compagno, addetto all’antitaccheggio in un centro commerciale. E ce ne è prova in alcuni post su Facebook della donna, madre di due figli per via di due precedenti relazioni. Ciò che invece gli inquirenti escludono completamente è la rapina: non ci sono tracce di effrazione alla porta, né di colluttazione sul corpo di Beata Balon. Ipotizzando un “femminicidio”, invece, gli uomini dell’Arma hanno voluto ascoltare a lungo anche i vicini di casa della coppia. Ma le “urla e i litigi frequenti” che spesso si accompagnano a queste tragiche storie, stavolta parrebbero del tutto assenti. I due litigavano come qualunque altra coppia, a detta dei testimoni. Senza particolare frequenza né intensità. Restano però di contro altri post, sempre sui social network, in cui Beata accenna a un rapporto burrascoso col compagno. Il pubblico ministero, per cercare di trovare il bandolo della matassa, ha ascoltato oltre 15 persone, tra parenti e amici della vittima e della guardia giurata, negli ultimi due giorni. Ma la verità su questo strano suicidio – o presunto omicidio che dir si voglia – non sembra affatto vicina.
LO SFOGO DI NOCERINO
«Non voglio parlare con nessuno, lasciatemi in pace». La voce rotta dal pianto di un uomo disperato. Giuseppe Nocerino, 38 anni, compagno di Beata Balon, non ha più voglia di parlare. Di raccontare cos'è successo nella casa al civico 28 di via Pasteur a Ponzano, dove ieri qualcuno ha portato una rosa, accompagnata da un biglietto: «Ciao, ti avevo appena conosciuto». Quei momenti così drammatici Giuseppe l'ha già raccontati decine di volte agli inquirenti. Pronuncia poche parole, vuole restare da solo con il suo dolore, mettere un muro tra sé e il mondo esterno. A confortarlo c'è un amico che ha conosciuto al club Acat (Associazione club alcologici territoriali) di Empoli, dove accompagnava Beata, alle prese da tempo con problemi di alcolismo: «Non sta bene - spiega Luca - quello che doveva dire l'ha detto agli inquirenti. È un momento delicato, è giusto lasciarlo tranquillo».
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LA BATTAGLIA DI BEATA
Giuseppe, stando a quanto raccontano i responsabili di Acat, aveva deciso di sostenere la battaglia contro l'alcol intrapresa da Beata. L'accompagnava puntualmente agli incontri dell'associazione, dove è prevista la presenza di un familiare o di un amico che condivide il dramma della persone alle prese con la dipendenza. Beata era seguita anche dal Centro alcologico regionale a Careggi. Ed era lì - sempre secondo alcuni conoscenti - che aveva conosciuto Giuseppe, che all'epoca lavorava come agente in un istituto privato che si occupava della vigilanza all'ospedale. Poi Nocerino aveva perso il lavoro e, dopo un periodo di disoccupazione, per sei mesi aveva lavorato alla Revet di Empoli, prima di tornare nel settore della vigilanza come addetto all'antitaccheggio in un centro commerciale fiorentino. «La loro relazione - racconta il presidente di Acat Empoli, Andrea Nocentini - andava avanti tra alti e bassi. D'altra parte posso assicurare che non è semplice stare accanto a una persona che ha questo tipo di problema. Che viene superato soltanto da una bassissima percentuale di alcolisti, siamo intorno al 5%. Giuseppe accompagnava Beata agli incontri dove viene spiegato a familiari o amici il comportamento da tenere per aiutare l'alcolista a superare la dipendenza». A fine 2014 la 46enne Balon, nata a Varsavia ma residente in Italia fin dai primi anni Novanta, aveva deciso di lasciare il club Acat di Empoli, per iniziare a frequentare quello di Sovigliana, sempre insieme a Giuseppe: «In lei c'era la volontà di uscirne - spiega Iva Borgioli, punto di riferimento dell’associazione a Empoli -. Per un periodo l'avevo vista molto positiva, Giuseppe aveva anche frequentato un corso per diventare servitore-insegnante: si tratta di persone che hanno vissuto il dramma dell’alcolismo in prima persona, oppure accanto a un familiare. E si mettono a disposizione per aiutare gli altri, sulla base della propria esperienza: purtroppo nessuno ha la bacchetta magica. Per quello che ho avuto modo di vedere, il suo compagno voleva aiutarla, hanno fatto il cammino insieme. Poi però nell'ultimo anno li ho persi di vista». La notizia della morte di Beata in circostanze tutte da chiarire ha colpito al cuore Iva e tutti coloro che avevano frequentato la coppia: «Siamo sconvolti».
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