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Massacrò i carabinieri, oggi la Cassazione

Massacrò i carabinieri, oggi la Cassazione

La difesa di Matteo Gorelli ha chiesto il riconoscimento del vizio di mente per abbassare ulteriormente la pena

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CERRETO GUIDI. Conferma della condanna di appello, 20 anni, o ulteriore riduzione della pena? Riconoscimento della linearità delle motivazioni della seconda Corte di assise di appello di Firenze oppure accoglimento delle richieste difensive che lamentano il mancato riconoscimento del vizio almeno parziale di mente e della prevalenza delle attenuanti generiche sulle aggravanti? E soprattutto: tornerà in carcere?

«Io non so dire se ci saranno sorprese - risponde l’avvocato Lorenzo Zilletti - Io so che il giudizio di Cassazione è un giudizio formale, sotto i profili della motivazione. E che gli spazi sono stretti. Noi crediamo in ciò che abbiamo scritto nel ricorso ma ci aspetta un giudizio complesso».

Zilletti è, insieme al collega Luca Tafi, il difensore di Matteo Gorelli, il 23enne di Cerreto Guidi che sconta agli arresti domiciliari alla Fondazione Exodus di Milano la pena per l’omicidio dell’appuntato Antonio Santarelli e per le lesioni gravissime permanenti causate al collega Domenico Marino. L’aggressione avvenuta il 25 aprile 2011, il massacro di San Martino, al posto di blocco, la mattina di quel maledetto rave cui Gorelli aveva deciso di partecipare con tre amici, non ancora diciottenni all’epoca, ancora sotto processo davanti al Tribunale dei minori di Firenze che di fatto ha appena avviato il procedimento.

Oggi la prima sezione della Corte di Cassazione decide il destino di Matteo. Prende una decisione dopo che i difensori di Gorelli hanno impugnato la sentenza di appello del 25 settembre 2013 (20 anni, e non l’ergastolo del primo grado) proprio per vedersi riconosciuti quegli argomenti che non sono riusciti a far ingresso nel procedimento e magari per riaprire il processo. Già i giudici fiorentini avevano scritto che Matteo «è una persona in difficoltà che vive una condizione di profondo disagio psichico e sociale» e che ciò doveva concorrere al riconoscimento delle attenuanti generiche: ma «in regime di equivalenza rispetto alle attenuanti». Secondo la difesa, deve essere invece riconosciuta la prevalenza. Anche le parti civili hanno promosso un’azione che sfocia ora in Cassazione. La Procura generale non ha impugnato la sentenza.

E alla complessità e specificità del linguaggio giuridico si affianca la semplicità e la linearità dei comportamenti. Non solo quelli di Matteo ma anche quelli di Claudia Francardi, la vedova di Santarelli, che con Matteo aveva intrattenuto da subito un rapporto epistolare; e che con la madre del giovane, Irene Sisi, ha poi dato vita nel 2014 all’associazione AmiCainoAbele, fondata insieme a don Enzo Capitani, che ha tra i suoi obiettivi quello di spiegare l’importanza del perdono.

Già, il perdono... Un percorso complesso come quello che sta seguendo Matteo: «Studia all’Università. È un percorso positivo quello compiuto insieme alla comunità di don Mazzi», spiega Zilletti. Ci sarà? «Non so dirle se Gorelli sarà presente all’udienza». (p.s.)

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