Il presidio
Amianto, beffati gli ex vetrai in 80 devono restituire un milione
La Cassazione annulla i benefici previdenziali che erano stati riconosciuti in passato L’Inca Cgil: «Caos assurdo, bastava un decreto per tutelare chi ha rischiato la vita sul lavoro»
EMPOLI. Le prime due sentenze della Cassazione sono arrivate. Per una quindicina di lavoratori – principalmente ex vetrai - che in passato erano stati esposti all’amianto la beffa è servita. Mentre per altrettanti loro colleghi si attende ancora il pronunciamento definitivo. Prima riconosciuti come beneficiari di una maggiorazione contributiva per aver lavorato a contatto con una sostanza pericolosa. Poi, richiamando una legge del 1970 sulla prescrizione e decadenza per le prestazioni previdenziali, svestiti di questo beneficio e addirittura chiamati a restituire ciò che fino ad allora la giustizia gli aveva concesso.
Un gorgo giudiziario che per primi ha fagocitato una cinquantina di ex operai che si erano fermati alla sentenza di Appello, decidendo di non andare oltre. E che adesso sta inghiottendo anche gli altri trenta che, invece, avevano scelto di andare fino in fondo ricorrendo in Cassazione. Dovranno restituire i soldi per un importo complessivo che sfiora il milione di euro e che varia, a seconda delle persone, da un minimo di 5mila ad un massimo di 90mila euro. Nel gruppo di coloro che hanno sbattuto contro il muro del terzo grado di giudizio c’è anche chi ha perso interamente la pensione per un anno e mezzo e si è visto anche innalzare d’ufficio l’età pensionabile a 67 anni. Per quest’uomo di nemmeno 60 anni la pensione era arrivata grazie all’iniziale riconoscimento di un surplus di anzianità contributiva, legato appunto all’esposizione per anni all’amianto sul lavoro. Ebbene, dopo che la giustizia aveva concesso il beneficio, un anno e mezzo fa ha compiuto una brusca sterzata e gli ha sospeso l’erogazione della pensione chiedendo inoltre 37mila euro come rimborso delle somme nel frattempo versate.
Dopo la beffa e il danno, almeno il lavoro dell’Inca Cgil gli ha evitato l’ultima bastonata garantendogli la clausola di salvataggio riservata agli esodati. Così, dopo aver perso circa 80mila euro tra somme richieste, versamenti volontari e mesi di pensione bloccati, potrà tornare a riscuotere un assegno previdenziale dal prossimo ottobre. Ma la storia di questo lavoratore non è che la punta dell’iceberg. Poco meglio è andata a decine di suoi colleghi. Mentre la Cgil sta cercando di rendere più leggero possibile il sacrificio imposto, trattando sui tempi di restituzione direttamente con l’Inps. Lo stesso istituto di previdenza si è detto disponibile ad effettuare una rateizzazione lunga in modo da limitare il disagio. La rabbia per una decisione vissuta come una grave ingiustizia, però, è tanta. E difficile da buttar giù, dal momento che negli anni il cambiamento di posizione di chi era chiamato a decidere ha prodotto una disparità enorme tra chi aveva avviato le pratiche prima e chi invece ha mosso causa successivamente. In tutto, infatti, nell’Empolese Valdelsa i lavoratori esposti all’amianto che avevano fatto richiesta della maggiorazione contributiva (una formula che può prevedere una somma aggiuntiva sulla pensione oppure un surplus di anzianità che permette di andare in pensione prima rispetto ai parametri stabiliti per legge) sono stati negli anni 400. Quasi tutti riconosciuti come beneficiati della maggiorazione. Almeno inizialmente, visto che dal 2005 in poi per coloro la cui sentenza non era ancora passata in giudicato il vento è cambiato: il tribunale ha mutato la sua posizione, sulla base appunto della legge sulla prescrizione e sulla decadenza delle prestazioni previdenziali, e ha spalancato loro le porte dell’inferno. Il risultato, a parità di condizioni di partenza, è stato di circa 300 persone che stanno ricevendo i benefici e di 80 a cui invece sono stati negati, dopo che gli erano stati concessi. «Quella sancita dalla Cassazione è una disparità assurda – attacca Paolo Grasso, responsabile dell’Inca Cgil – che mette a nudo tutta l’inefficienza della politica. Bastava probabilmente un decreto per stanziare delle risorse che andassero a tutelare dei lavoratori che, a causa dell’amianto, hanno rischiato la propria vita sul lavoro. E invece no, si è deciso che siccome non c’erano soldi per tutti allora una parte di loro non ne avrebbe avuto accesso».
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