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cronaca

La lezione di una mamma: "Mio figlio è morto ma io voglio sorridere"

La famiglia Locci di Cerreto Guidi apre la porta di una casa attraversata dal dolore più grande ma colorata da t-shirt e striscioni regalati dagli amici del ragazzino ucciso dalla meningite. Fede e sorrisi cancellano le lacrime. La mamma: "Rispetto i medici e li ringrazio"


12 febbraio 2015 Francesco Turchi


CERRETO GUIDI. «I medici danno una spiegazione scientifica. Ma Dio è al primo posto. Ci aveva donato Giovanni e dopo neanche tredici anni ha deciso di riprenderselo. Ora il mio piccolo è in Paradiso e ha già iniziato a fare miracoli, perché sta facendo avvicinare tanti giovani alla Chiesa e al gruppo di preghiera che frequentava». Mamma Paola guarda le foto della sua creatura, gli striscioni degli amici che colorano il salotto. Sorride, trasmette serenità. Sì, serenità. Ripete che «è tutto merito di una forza soprannaturale» che le viene data da Dio. Quello stesso Dio «che se avesse voluto salvare “Giovi” l’avrebbe fatto attraverso i farmaci». Che invece si sono rivelati inutili: «Evidentemente doveva salire in cielo».

Mamma Paola ha perso da pochi giorni il suo figlio più piccolo. Prima un’influenza, che sembrava essersene andata nel giro di tre giorni. Poi la febbre che torna e che schizza a 41.7º, la corsa al pronto soccorso di Empoli, dove gli viene assegnato un “codice verde” (nessuna urgenza). Quindi le prime terapie, la temperatura che non scende. Sulla pelle spuntano delle macchie: è meningite. I tentativi disperati dei medici. La tragedia si consuma in poche ore. Un macigno in grado di travolgere una famiglia. E di far scoppiare la bagarre anche a livello legale. Soprattutto quando, pochi giorni dopo, arrivano i risultati delle analisi svolte dal laboratorio dell’ospedale pediatrico Meyer di Firenze: Giovanni è morto di meningite ceppo “C”, lo stesso per cui era stato vaccinato nel 2007. D’altra parte - spiegherà l’Asl di Empoli - l’antidoto garantisce la protezione nel 95% dei casi. Giovanni ha avuto la sfortuna di finire nell’altro 5% e di essere contagiato, oltretutto in un periodo in cui le sue difese immunitarie si erano abbassate. I medici sfornano numeri a difesa dei vaccini. Ma viene da chiedersi anche cosa ne pensa la famiglia. Magari - anche sull’onda del dolore e dalla voglia di fare luce sulla tragedia - farà causa all’azienda. L’unico modo per saperlo è chiederlo ai diretti interessati, seppur frenati e quasi intimoriti dal rispetto per un dramma troppo grande. E pronti a chiedere scusa per aver violato il dolore.

La casa dei Locci è a pochi passi dalla chiesa di Bassa, frazione del Comune di Cerreto Guidi. Nel giardino c’è uno striscione appeso: “Giovi resterai nei nostri cuori”. Lo hanno scritto gli amici. Il silenzio è rotto dal suono del campanello. Si affaccia una signora. È Paola Tronci. Che quando capisce chi ha di fronte, rompe l’imbarazzo con un sorriso: «Venite, accomodatevi. Vi racconto Giovanni». Che è nelle foto, nelle lettere, nelle t-shirt che hanno invaso la casa per cercare di colmare - in minima parte - il vuoto lasciato «da un bambino eccezionale, amato e conosciuto da tutti». E non sono soltanto parole di mamma. In mezzo a tanto dolore sono spuntati migliaia di messaggi, ricordi e aneddoti che lo testimoniano.

Paola, 49 anni, casalinga, chiarisce subito la posizione della famiglia: «Io sono contraria ai vaccini. Ma - come capita un po’ a tutti - a suo tempo mi sono fatta consigliare dai medici, come era già successo con gli altri due figli. E gliel’ho fatto». Ma poi non funzionato: «Vede, qualsiasi cosa accade nel mondo è perché Dio lo vuole. Anche quando una malattia prende il sopravvento, come in questo caso». Proprio ieri mattina i medici dell’Asl hanno spiegato a Paola e suo marito Luigi cosa è successo: «Li ho ascoltati, li rispetto e li ringrazio per ciò che hanno fatto. La loro è una spiegazione scientifica. Ma il 7 febbraio Giovanni doveva salire in Cielo per volontà di Dio. E così è stato». E ogni istante, pensando al figlio, o dicendo il suo nome, gli occhi si illuminano e sboccia un sorriso: «Lui era speciale. Una forza della natura. Generoso, buono, capace di aiutare i bambini in difficoltà. Noi gli abbiamo insegnati la fede e i valori, ma lui aveva qualcosa in più. E me ne sono resa conto una volta di più quando ho visto quella folla al funerale. “Guarda quanta gente - mi sono detta - ha scomodato il mio Giovanni”. Mi manca tanto fisicamente, perché era un vulcano, era vita. Quando stava male abbiamo chiesto il miracolo a Gesù, ma lui non ce l’ha fatto, l’ha voluto in Paradiso. Quando mio figlio è morto - racconta Paola - ci hanno affiancato una psicologa. Una persona straordinaria, un “angelo dell’ospedale”. Ma noi le abbiamo spiegato subito che non ne avevamo bisogno, perché avevamo già il nostro psicologo personale: Dio».

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D’altra parte «su questa terra noi siamo di passaggio, è solo un periodo di transizione nel quale dobbiamo guadagnarci la vita eterna». Ne sono convinti Paola e tutta la sua famiglia. Ne era convinto Giovanni, che faceva parte - insieme ai due fratelli e ai genitori - del gruppo di preghiera “Gioventù ardente mariana”, che si riunisce a La Scala di San Miniato: «Venticinque anni fa ho incontrato la grazia del Signore, che mi ha fatto passare dalle serate in discoteca alla lettura della Bibbia. Ora Dio mi dà la forza per affrontare questa situazione. E spero che questo mio messaggio arrivi ad altre mamme che hanno perso un figlio. È un dolore troppo grande, che può far impazzire e che può essere affrontato soltanto con l’aiuto delle fede».
 

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