Il Tirreno

Empoli

Rumori forti e vetri rotti senza sapere cosa accadeva

Rumori forti e vetri rotti senza sapere cosa accadeva

Alberto Niccoli: «Ero in un negozio in piazza della Vittoria, non suonò l’allarme e poi iniziò la confusione. Mia madre venne a cercarmi e mi trovò svenuto»

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EMPOLI. Un altro racconto è quello di Alberto Niccoli. «Avevo nove anni – racconta Alberto Niccoli, classe 1934, prima dipendente della Lebole e poi rinomato vetrinista per tanti negozi empolesi, nonché amante del teatro e lui stesso attore teatrale – e il bombardamento del giorno di Santo Stefano me lo ricordo bene. Certe giornate della vita non si dimenticano mai. Poco prima di pranzo, la mia mamma era andata a prendere il pane dal Tozzini, in piazza del Popolo. La mia famiglia abitava in via Ridolfi, proprio in prossimità della piazza».

Era un giorno di festa, e pur nelle gravi difficoltà della guerra, ad Alberto avevano regalato mezza lira. «Ero felice, ed essendo goloso di giardiniera, che badiamo bene – puntualizza - era un misto di frutta secca tritata, noci, fichi secchi, indossai il mio pastranino marrone e mi diressi subito verso il Campaccio (piazza della Vittoria, ndr), ed entrai da Gostino del Vezzoso, negozio storico cittadino, già con l’acquolina in bocca pregustando la mia giardiniera prediletta». In bottega da Gostino c’era molta gente. «Ero appena entrato, che la gente cominciò ad agitarsi e cominciammo a sentire rumori spaventosi - va avanti - Nella grande confusione uscimmo in piazza, qualcuno rientrava e tanti correvano senza sapere dove andare o saper cosa fare. Era cominciato il bombardamento sulla città, ma nessuno di noi sapeva bene cosa sarebbe accaduto visto che era la prima volta che succedeva. Nessun allarme era risuonato, e le bombe erano arrivate così, a sorpresa. Allora la mia mamma venne a cercarmi correndo all’impazzata da piazza del Popolo verso piazza della Vittoria, con i vetri delle finestre dei palazzi che andavano in frantumi per l’onda d’urto spaventosa che aveva investito il centro dopo gli scoppi delle prime bombe sulla stazione e sul quartiere delle Cascine. Mi trovò svenuto sotto un albero di oleandro, la mazza di San Giuseppe come si chiama a Empoli, su uno degli angoli della piazza. Mi raccolse e mi portò a casa, per fortuna entrambi stavamo bene».

Poi, dei mesi successivi, ricordo lo sfollamento a Monterappoli. Da lassù si poteva ammirare tutta la pianura empolese e la nostra città la vedevamo da lontano, la nostra casa, i nostri affetti. Fu da Monterappoli che una mattina d’estate, appena alzati, dopo una notte d’inferno nella quale i terribili rumori della guerra si erano fatti sentire come non mai, ci affacciammo per vedere Empoli e con sgomento constatammo che non c’erano più le nostre belle torri ed i nostri bei campanili. I tedeschi li avevano minati e fatti saltare. Nel settembre del 1944 dopo la Liberazione tornammo a casa in via Ridolfi, e la nostra miracolosamente si era salvata. Ricordo bene che giocavamo nei locali del teatro Salvini, che non era stato distrutto dal crollo del campanile degli Agostiniani, se non in parti marginali. Sarebbe stato recuperabile con pochi lavori. Purtroppo fu demolito in quei mesi mattone per mattone per riutilizzare i materiali da costruzione. Peccato davvero, e soprattutto peccato che poi non si sia scelto di ricostruirlo così com’era. È stata una grave perdita per la città e per la cultura empolese».

Paolo Santini

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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