Il presidio
Empoli sotto le bombe i racconti di S. Stefano
Nel settantesimo anniversario parte la raccolta di testimonianze di una giornata che doveva essere di festa e in cui, invece, morirono oltre 100 persone
EMPOLI. «Cercare la verità dietro gli inganni della memoria è il movente primo e fondamentale che conduce sulla via della ricerca storica». Lo affermava il grande storico cerretese di nascita Adriano Prosperi; naturalmente parlava in quel contesto della memoria intesa come puro meccanismo di conservazione dei ricordi. Noi invece ci occuperemo della Memoria con la emme maiuscola, intesa come strumento di trasmissione di ciò che davvero è accaduto, in questo caso la guerra, certamente attraverso i documenti, ma anche attraverso le testimonianze di chi ha vissuto in prima persona quegli avvenimenti. Affinché non accada di nuovo. E lo faremo con l'aiuto dei lettori, che esortiamo ad inviarci le loro testimonianze, i ricordi familiari raccolti magari da tempo e custoditi gelosamente in qualche cassetto.
Dicevamo la guerra. La nostra intenzione è celebrare i momenti più significativi della seconda guerra mondiale a Empoli nel loro settantesimo anniversario. Iniziamo con il bombardamento del 26 dicembre del 1943, il primo sulla città. Proseguiremo poi per tutto il 2014 con i tanti eventi che segnarono indelebilmente, nel 1944, la vita cittadina. L'appello che rivolgiamo ai lettori è quello di inviarci entro la fine dell'anno, le loro testimonianze. Potranno farlo via posta elettronica, oppure potranno consegnarle direttamente in redazione. Saranno pubblicate e alla fine verranno raccolte per una pubblicazione che rimanga come segno della Memoria per le future generazioni di empolesi. Sarà il nostro piccolo tributo a tutti quelli che trascorsero i lunghi anni della guerra nelle più atroci sofferenze; e allora cominciamo.
Era una fredda mattinata di fine dicembre, una domenica, con la gelida tramontana che sferzava duramente le labbra ed i volti di quelli che si erano avventurati in centro per piccole compere in vista del pranzo di Santo Stefano. Pranzo di guerra, ma pur sempre di festa, quello che si stava avvicinando per tanti empolesi; ognuno con i suoi pensieri, con il lutto per i morti sui vari, troppi, fronti dov'era stato impegnato il Regio Esercito, con in testa i tanti prigionieri finiti in luoghi sconosciuti e lontani, dei quali nulla si sapeva. Con i ragazzi di casa chissà dove, qualcuno da una parte, qualcuno dall'altra alla macchia, ma tanti a combattere in nome di un'ideale. E i tedeschi in casa, e le notizie di quegli aerei minacciosi, con gli eserciti alleati che tentavano la risalita dello stivale e intanto facevano spianare il terreno all'aviazione a suon di tonnellate di bombe.
Forse erano questi i pensieri di tanti empolesi quella mattina, e uno strano presagio che prima o poi la guerra avrebbe toccato anche Empoli in molti non riuscivano a toglierselo dalla testa. «Vedrai che prima o poi tocca anche a noi» era il ritornello sempre più ripetuto per le vie cittadine quasi a esorcizzare quello che nessuno avrebbe voluto immaginare. E che invece sarebbe accaduto di lì a poco. «E perché dovrebbero colpire Empoli?» Era questa la risposta che circolava per le strade, rassicurante, ma sempre con quel punto interrogativo. «E poi ci sono i rifugi, sì i rifugi, e gli allarmi antiaerei funzionano», le altre rassicurazioni. E invece no, quella mattina l'allarme antiaereo non funzionò. Ed i comandi americani avevano deciso di colpire Empoli, uno scalo ferroviario vitale per le comunicazioni su rotaia fra la Toscana fiorentina, la costa, e il sud della regione. Non solo Empoli, certo. Anche Prato e Pistoia erano fra gli obiettivi. Paralizzare il traffico ferroviario nel centro nord. Ma la stazione di Empoli, con la fabbrica di concimi chimici era davvero ghiotta per l'aviazione dell'esercito statunitense.
Fu così che la mattina del 26 dicembre del 1943 dalla base di Decimomannu in Sardegna decollarono 36 aerei B26 Marauder del 319esimo gruppo bombardieri delle United States Army Air Forces diretti sulla tranquilla e sonnacchiosa cittadina empolese. Dopo un paio d'ore di volo, giunsero sull'obiettivo e a partire dalle 13 e 10 sganciarono circa 210 bombe da oltre 226 chili ciascuna. Colpirono duramente la stazione ferroviaria, il parco di smistamento, il quartiere delle Cascine, il Puntone, Ponzano, Pontorme e Pratignone. Una carneficina, con 109 morti nei quartieri colpiti, soprattutto le Cascine. Era arrivata la guerra anche per gli empolesi rimasti a Empoli. L'episodio più grave dell'intero secondo conflitto mondiale. Errori umani, la tramontana che spirava forte, la fatalità. Soprattutto il fatto che tante persone erano concentrate nell'area a causa del giorno di festa e dell'ora di pranzo. Sembra che nemmeno l'allarme antiaereo sia risuonato in quel tragico giorno. Furono tante le concause che provocarono quella strage. Per gli americani un bombardamento riuscito, visto che consideravano andato a buon fine la caduta degli ordigni in un raggio di circa 300 metri dal centro dell'obiettivo. In questo caso l'obiettivo principale era la stazione, e molte bombe caddero comunque ben oltre i 300 metri.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
