La denuncia di Slow Food: troppi sprechi nelle mense
Il 30% del cibo finisce nei rifiuti: «A scuola menu pensati per diete equilibrate ma certi alimenti non piacciono ai bambini. Serve un’azione comune»
VINCI. Circa il 30% del cibo che ogni giorno finisce sui tavoli delle mense scolastiche viene gettato. Decine di chili tra verdure, carne e frutta che quotidianamente finiscono tra i rifiuti e che non possono essere redistribuite alle associazioni di volontariato.
A sollevare il problema è Slow Food Empolese Valdelsa, che lancia una battaglia allo spreco. «Abbiamo calcolato che tra un terzo e un quarto di quanto viene messo in tavola nelle mense scolastiche finisce nei rifiuti – attacca Enrico Roccato, ex direttore sanitario dell’Asl 11 e fiduciario Slow Food di zona – si tratta di 3 kg di cibo ogni 10 che passano dalla tavola alla discarica molte volte senza essere nemmeno toccata. Se si pensa all’aumento progressivo della domanda di aiuto che le fasce deboli della popolazione rivolgono alle associazioni di volontariato che si occupano della distribuzione di cibo a titolo gratuito, il problema diventa grosso. Ed è necessario, a nostro avviso aprire un dibattito che porti a trovare delle soluzioni».
Sì, perché lo spreco di cibo nelle mense scolastiche è un tema spinoso che tra abitudini sbagliate, norme e burocrazia presenta un ostacolo dopo l’altro. A partire appunto dalle abitudini alimentari dei più piccoli. «Molti genitori, a questo proposito – continua Roccato – dicono che ciò è dovuto al fatto che amministrazioni e Asl hanno deciso menù scolastici con cibi che i bambini non vogliono. Ma ormai tutti sanno che mangiare solo pasta, carne e merendine nuoce alla salute, specie a quella dei più giovani. E questo vanifica gli sforzi fatti per garantire un’alimentazione equilibrata fatta anche di verdura, frutta e pesce. I bambini, infatti, non gradendo quanto si trovano nel piatto, non lo mangiano e tutto finisce nel cestino». D’altro canto a complicare una situazione già difficile, almeno dal punto di vista della cultura dell’alimentazione, ci sono le norme sanitarie che riguardano il riciclo del cibo in favore appunto di quelle associazioni che della redistribuzione fanno il loro lavoro quotidiano.
«Le disposizioni fornite all’autorità sanitaria, che sono il frutto di norme nazionali e di direttive europee – prosegue – impediscono ad esempio di redistribuire sia nella scuola stessa, sia alle associazioni che si impegnano a fornire pasti a soggetti deboli alimenti come il formaggio o la frutta. Ovviamente le istituzioni non possono derogare dalle leggi, seppure esse siano ormai datate e si scontrino con problemi sociali come la mancanza di cibo per le fasce più colpite dalla crisi e dalla povertà». Perciò, secondo Slow Food, è fondamentale riportare al centro del dibattito il tema dello spreco in modo da trovare delle soluzioni a problemi che hanno facce diverse ma che hanno a che fare tutti con il cibo. Le domande sono già sul tavolo. «Nel nostro attuale contesto sociale e culturale e davanti alla sempre più grave situazione di limitatezza delle risorse ambientali ed economiche, è giustificato il rispetto molto (eccessivamente?) rigoroso della norma?». E ancora: «Possiamo continuare a buttare via (di questo si tratta, buttare nella spazzatura) cibo buono davanti agli occhi dei bambini e non dire nulla». Quindi, «non è forse indispensabile una comune azione educativa per il rispetto del cibo e per evitare il suo spreco soprattutto in ambito scolastico?». A questo punto mancano solo le risposte.
Marco Pagli
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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