Il Tirreno

Empoli

La lunga estate del 1944 tra fughe, bombe e rifugi

di Riccardo Cardellicchio
La lunga estate del 1944 tra fughe, bombe e rifugi

I tedeschi e i repubblichini erano dappertutto e non avevano pietà

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FUCECCHIO. Estate lunga e di gran caldo appiccicoso, quella del 1944. Non una nuvola. Mai visto un cielo così. La mattina, la foschia. Poi sole a picco. E l'umidità, che sembrava salire su dalla terra incolta o dai raccolti abbandonati.

Sembrava che tutto fosse bianco. Slavato. E questo dava agli occhi. Per inquadrare persone e oggetti, dovevi stringere le palpebre e mettere una mano alle sopracciglia, alla maniera di una tesa di cappello di paglia. Come quelli di molti contadini, mangiati dal sudore. Tanto che non riuscivi a capirne il colore originario.

Mio nonno teneva un fazzoletto annodato al collo, che aveva la funzione d'assorbire il sudore. Lo cambiava almeno tre volte il giorno. Le donne indossavano lo stretto necessario. Le più anziane non si peritavano ad andare in sottoveste. Diceva, una vedova: «Chi mi guarda in una certa maniera, vuol dire che non ha tutti i suoi giorni». Era in su con gli anni e magra magra. Di lei, se ne raccontavano di cotte e di crude. Ma lei lasciava dire. Sembrava che ci provasse gusto a essere al centro di chiacchiere. A chi glielo faceva notare, rispondeva alla maniera di Mussolini, che - tra l'altro - non sopportava: «Molti nemici, molto onore». Sembrava che ogni albero avesse cicale a centinaia. Frastornavano. Anche la sera. Anche la notte. Sarebbe stata una bella estate, agli occhi di un bambino, se non ci fosse stata la guerra, se non avessimo avuto tedeschi e repubblichini tra i piedi e, prima ancora, la sirena dell'ufficio postale a sciupare il sonno. A costringerci alla fuga nel buio, nei campi, per la via del Rio. Eppoi a fare i conti con il numero delle vittime dei bombardamenti aerei.

Cose che rimangono nella memoria di un bambino. Temevo per i miei familiari. E per gli amici con cui avevo imparato a giocare. Che fine ha fatto la bambina dai capelli neri come la pece? Me lo chiedevo ogni volta. Ed ero contento, una pasqua, quando la ritrovavo, la mattina dopo, davanti al mio uscio, pronta per giocare anche a un gioco da maschio, purché si giocasse, palcoscenico la strada polverosa, deserta.

Sarebbe stata una bella estate, agli occhi di un bambino, se i repubblichini non avessero cercato, con insistenza, mio padre, per fargli del male, perché la pensava diversamente da loro. E se non mi avessero tenuto ore al fontanello, posto quasi davanti all'ingresso di casa. Volevano sapere dov'era e si rivolgevano - vigliacchi - a un bambino. Lo tormentavano. Ma io mi sentivo forte e rispondevo sicuro: «È a Torino, dai suoi genitori. I miei nonni». Invece era lì, a pochi metri. In soffitta. Ma loro - i repubblichini - non lo seppero mai.

Cose che rimangono nella memoria di un bambino.

Sarebbe stata una bella estate, agli occhi di un bambino, se il 19 luglio non fossimo stati costretti ad abbandonare tutto, per raggiungere la campagna. Fucecchio era diventato pericoloso. Il fronte si era spostato lungo l'Arno. Sulla sponda sinistra, gli alleati, lenti nel loro procedere, nel loro avanzare. Sulla sponda destra, i tedeschi, in ritirata. Disperati. Crudeli. «Via bisogna andare via. Quelli non scherzano», disse mio nonno, che non era impressionabile, se non ci fossimo stati noi. Io, in particolare. Per me, stravedeva. Forse gli ricordavo il figlio che aveva perso presto. A cinque anni. Figlio suo e non di mia nonna. Da mia nonna, aveva avuto soltanto mia madre.

«Ma tua sorella? Viene con noi la famiglia di tua sorella?», chiese mia nonna.

«Sembra di sì». Venne. Anche se controvoglia. Giulia, la sorella di mio nonno, in particolare. «Come si fa a lasciare tutto? Il forno… La bottega…».

Le poche cose su un carretto della Rigoletta, trovato in mezzo di strada, e via - tutti insieme - verso il Padule, la parte terminale, quella sotto Poggio Osanna, che va a sbattere contro il ponte di Cappiano. In via di Burello, trovammo famiglie amiche e conoscenti, che si aggregarono. Mio nonno aveva un'idea di dove andare. Io mi guardavo intorno, vedevo un mondo sconosciuto, preso da emozioni forti. Dov'è la bambina dai capelli neri come la pece?, mi chiedevo, consapevole che i nostri giochi erano finiti. Che quella fuga non era questione, come le altre, di un tempo limitato. Ci avevano costretti ad abbandonare le nostre case, la nostra vita d'ogni giorno portata avanti, pur nell'emergenza, con dignità. Eravamo gente in fuga. Gente in fuga per avere salva la vita. La speranza ridotta a un baluginìo. Cessò d'essere una bella estate, anche agli occhi di un bambino. Giunti ai "Cioni", poco prima della salita di Caino, si prese a sinistra, dove si sapeva abitare la famiglia Buti, contadini, clienti di mio nonno. Persone perbene, generose, che ci accolsero a braccia aperte. Sapevano dell'ordine di sfollamento. La situazione era davvero delicata. Difficile.

«Anche qui ci sono i tedeschi. Ormai sono dappertutto. E non hanno riguardi nei confronti degli italiani. Anzi, ci odiano. Ci chiamano traditori. Per loro, siamo soltanto braccia per lavori chissà dove. Quando non ci scappa il morto». Ci fecero mangiare, senza lesinare. Ma non potevamo stare lì, anche per una questione di sicurezza. Gli adulti cercarono un luogo adatto per scavare rifugi. Lo trovarono. Soltanto che era proprio sotto casa Niccolai, dove i tedeschi avevano sistemato un comando, e dirimpetto a San Miniato, da dove provenivano le cannonate degli alleati. E, ogni giorno, la nostra vita era in pericolo. Io l'avevo preso come un gioco. Mi buttavo nella fossa pochi secondi prima che la bomba esplodesse. Non ricordo con chi giocassi quersto gioco. Forse da solo. E, un giorno, mia madre mi prese da una parte e disse: «Prima o poi, ci farai piangere».

Smisi. Anche perché le cannonate si fecero sempre più precise su casa Niccolai. Sapevo di feriti e ne vedevo passare su carretti, diretti all'ospedale, il tragitto reso quasi impossibile dalla mancanza di ponti sui canali. Si diceva buttati giù dai bombardamenti degli alleati.

Mi dispiacque quando zia Giulia, zio Gere, il figlio Mario e zio Luigi decisero di tornare in paese. Perché lì non ci si sentivano. Lei, in particolare, non riusciva a stare lontana dalla sua casa. Pochi giorni dopo, arrivò la notizia - con zio Luigi - che Giulia e Gere erano morti, ammazzati dai tedeschi, perché avevano tentativo di salvare una donna, vicina di casa. Zio Luigi l'aveva fatta franca, perché si era finto morto. Anche Mario si era salvato, perché era nascosto. Mio nonno partì subito alla volta di Fucecchio. Volle andare solo. Tornò a sera. Non parlò. Aveva gli occhi lucidi. Non mangiò. La notte, la passò in bianco. La mattina dopo, arrivò Mario, per dirci che se ne andava , che avrebbe cercato un posto sicuro, grazie a un amico.

Lo vedemmo superare il primo canale, poi imboccare un viottolo, per scansare una decina di tedeschi. Cercavano gli uomini per portarli a lavorare. Ne avevano presi già tanti. Mio padre se la cavò cantando canzoni napoletane per una notte intera. Aveva una bella voce. I tedeschi non finivano d'applaudire, estasiati. Mia madre mi mandava a vedere, ogni tanto. Nervosa, fumò una sigaretta dopo l'altra.

Nel tardo pomeriggio del giorno dopo, qualcuno venne ai rifugi per raccontare quel che i tedeschi avevano combinato a poca distanza. Da un'altra parte del Padule. Stabbia, Massarella, Cintolese, Castelmartini, Ponte Buggianese. «Una strage. Non hanno avuto pietà di nessuno», disse, sconvolto. Centosettantacinque (forse uno in più), morti. Gente inerme. Era il 23 agosto.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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